Chi ha imparato ad ascoltare gli alberi, non desidera più essere un albero. Desidera soltanto essere ciò che è (Boris Pasternak)
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[sabato 05 luglio 08]

FriendFeed mi sembra una gran bella invenzione. Peccato che il novantanove per cento delle persone che seguo on-line non si sia ancora fatta una account.
Io porto pazienza e per ora aspetto, pensando a cosa fare per dopo e per dindirindina.


[Ardesia, 05/07/2008][p.link][2 commenti]

[lunedì 05 maggio 08]

È la terza volta che butto giù questo post. Sto cercando di trovare un equilibrio tra la portata della cosa che vorrei dire e le dimensioni della mia incazzatura a riguardo. È che quando mi imbatto in certe ottusità perdo il senso della misura. Comunque sia, visto che non mi riesce parlarne senza farmi uscire fumo dalle orecchie e dal naso, mi limiterò a riportare l'accaduto. Più o meno. C'era una volta... - Un re! - diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di trilogia. Il primo pezzo. Sì, perché, per chi non lo sapesse - e fino a un paio di mesi fa lo ignoravo bellamente pure moi - I tre moschettieri sono il primo capitolo di una saga suddivisa in tre volumi. Alexandre Dumas - padre - evidentemente aveva la penna facile perché si parla di tomoni da centinaia e centinaia di pagina. Ma bisogna tenere conto del fatto che inizialmente i suoi romanzi venivano pubblicati a puntate su svariate riviste e venire pagato un tot a riga doveva essere un bell'incentivo alla prolificità. Di seguito a I tre moschettieri sono venuti Vent'anni dopo e Il visconte di Bragelonne. Dopo essermi appassionata alle vicende del giovane guascone d'Artagnan e dei suoi compari ero decisa a passare subito agli altri due capitoli della saga... Peccato che mi sia cascato l'occhio sulla cosiddetta introduzione a I tre moschettieri. E dico 'cosiddetta' perché - e qui il fumo di cui parlavo prima inizia a sbuffarmi fuori dalla testa - col cavolo che si tratta di un'introduzione. Un'introduzione, come dice la parola stessa, deve introdurre e non spoilerare tutti i fatti e i misfatti, tra l'altro non sono del volume in questione, bensì di tutta la trilogia. Lo ammetto, io sono stata veramente idiota a non smettere di leggere, ma tra i tanti difetti di cui non difetto la curiosità è sicuramente in cima alla lista, scritta a caratteri cubitali, lampeggiante e sottolineata svariate volte. E così ora so. Cosa? Tutto di tutto: i destini, gli intrighi, gli inciuci, le relazioni pericolose, chi ha fatto cosa a chi, cosa ha detto cosa a chi, cosa ha cosato e chi ha chiato. Tutto. Non è allucinante? Dai, un po' lo è. Ci si è indignati così tanto quando il giorno dell'uscita dell'ultimo Harry Potter ci hanno spiattellato il finale su giornali e TG, ma se vogliamo questo è peggio perché resta inspiegabile. Il fatto è che questa 'introduzione' a I tre moschettieri edito da Mondadori nella collana Oscar classici (ISBN: 9788804530046), in realtà è un saggio. Un saggio, peraltro interessante, di tal Pierre Tranoues. Interessante, sì, ma inserito nel peggior posto al mondo in cui poteva essere inserito. Non so, è normale questa scelta? Alla Mondadori qualcuno lo avrà letto 'sto benedetto saggio prima di ribattezzarlo 'introduzione' e di rovinare a tutti i lettori la suspense di tre interi volumi di avventure? Avranno gioiosamente pensato che essendo romanzi ottocenteschi la trama ormai dovesse essere nota a tutti. Ma a tutti chi? Tutti quelli che nemmeno sanno che si tratta di una trilogia? Dai, alzi la mano chi lo sapeva! Insomma, quest'edizione dei tre moschettieri dev'essere nata con la luna storta. Tra ricorrenti sbavature di stampa, numerosi refusi e, mi sembra proprio il caso di dire amarus ab initio, il megaspoilerone sotto mentite spoglie, è stato uno sfacelo! Accidenti a me quando per risparmiare pochi centesimi non ho preso un'altra edizione. Ma prima che ci ricaschi... Cari Oscar Classici, per il momento so long, farewell, auf Wiedersehen, goodbye... Peccato che però, a quanto pare, Vent'anni dopo si edito soltanto da Mondadori. Ma porc... Fregata. Di nuovo.


[Ardesia, 05/05/2008][p.link][Nessun commento]

[domenica 04 maggio 08]

Ho sempre trovato vergognoso che si potessero includere parole come "italia", "nazione", "popolo", "tricolore", ecc..., all'interno dei nomi dei partiti politici. Al giorno d'oggi la scelta del nome di un partito altro non è che una mera operazione di marketig, quindi non mi sembra corretto utilizzare parole/significati che un popolo dovrebbero unirlo per identificare una singola fazione.
In alcuni casi poi si raggiunge il colmo: quando ho sentito che un partito era stato battezzato "La rosa bianca" non volevo crederci. Mi auguro davvero che si trattasse di una sorta d'omaggio, ma se anche così fosse, come si può anche solamente sentirsi degni di appropriarsi di un nome del genere? Per fortuna poi lo hanno modificato e magari a qualcuno questa vicenda ha fatto conoscere quella dei ragazzi della vera rosa bianca. Lo spero.
Uno dei capitoli del libro di Enzo Biagi che sto leggendo al momento, e del quale ho riportato l'introduzione nel post precedente, è proprio dedicato alla storia di Hans, di Sophie e dei loro amici, quindi mi sembra doveroso trascriverlo.
Inoltre ribadisco che Crepuscolo degli dei meriterebbe di essere ristampato.


I RAGAZZI DELLA "ROSA BIANCA"


Conosco, a Monaco, il ristorante Lombardi. Il padrone è italiano: su una parete, infatti, hanno dipinto il Vesuvio. Forse a quel tavolo d'angolo, vicino al caminetto, sedevano Hans Scholl e i suoi amici.
Fimavano la pipa, bevevano Chianti, discutevano, qualcuno cantava.
Conosco Inge Scholl: dirige a Ulm l'Università popolare, è sposata ed ha quattro figli. Veste sempre di scuro, porta gli occhiali, parla sottovoce, con molta dolcezza. Suo fratello Hans è stato decapitato per ordine del Führer, e così sua sorella Sophie; Werner, il più piccolo, è disperso in Russia.
Conosco diversi giovani che hanno poco più di vent'anni: ragazzi e ragazze. Li ho incontrati a Francoforte, o a Stoccarda, o a Düsseldorf. Ho domandato a tutti: "Che ne pensate di Hitler?" Molti mi hanno risposto: "Ha fatto del bene e del male". Così: "Del bene e del male".
Ho sul tavolo alcune fotografie: quensto è Hans Scholl, in divisa della Wehrmacht, nel 1942. È alla stazione e conversa con dei camerati. Fra poco salirà sul treno che lo condurrà al fronte. Sophie si è arrampicata ai cancelli, e ha in mano un garofano: è una ragazza bruna, dai capelli sconvolti; sul fondo si vedono alcune vecchiette che forse chiaccherano della margarina che scarseggia, o delle necrologie dei giornali che ogni giorno si allungano.
Il generale von Brauchitsch rispose, a chi lo accusava: "Perché dovevo essere io l'unico uomo sulla terra capace di ribellarsi a Hitler?" Hans Scholl, questo soldato dal profilo delicato, dall'aria raccolta, Sophie, questa signorinetta che si aggiusta un fiore sulla maglia, seppero dire di no.
Vorrei raccontare la loro storia.
Hans Scholl studiava medicina; gli piacevano le gite in montagna, suonava la chitarra, attaccava ai muri della sua stanza riproduzioni di Gauguin e di Van Gogh, leggeva i poeti. Era stato, naturalmente, nella "Hitlerjugend": le bandiere al vento entusiasmavano gli adolescenti, li eccitava il rullo dei tamburi, e l'idea di una Germania che il Führer voleva grande e potente. La Germania, per Hans Scholl, era, però, qualcosa di preciso; era i fiumi e i campi della Baviera, le foreste nella cui ombra si rifugiano i caprioli, le miniere e le fabbriche, l'odore di mele che, a settembre, si diffonde ovunque. Era patria anche Bach, e anche il proibito Mendelssohn, e Goethe e anche il proibito Heine, e anche i libri mandati al rogo, e i quadri relegati in soffitta. Perché il ragazzo delle "Hitlerjugend" non era sfoggito alla sua crisi: piano piano si era convinto che il padre, un vecchio liberale, non aveva poi tutti i torti.
Cominciarono a impedirgli di intonare quei canti popolari di ogni paese che aveva raccolti con passione, vietarono il labaro che aveva disegnato per il suo reparto: tutti uguali gli iscritti, tutti uguali i distintivi. Poi vide un plotone di SA sfilare ordinato per andare a sputare sulla faccia distrutta di un professore che non aveva aderito al partito, non aveva fatto altro che rifiutare una tessera. Poi lesse, ciclostilata, la lettera che von Galen, il vescovo di Münster, aveva indirizzato ai fedeli per denunziare la violenza nazista: "Noi non siamo il martello," diseva monsignor von Galen, "ma l'incudine, ed altri battono su di noi". Conobbe anche il professor Huber che ai suoi allievi spiegava, in un mondo pagano, le prove che la ragione di Leibniz offriva alle coscienze dell'esistenza di Dio.
Poi fu testimone di avventure crudeli. In una città della Polonia vide un gruppo di donne che sbrigavano pesanti lavori; portavano una stella gialla sul petto. Scese dal finestrino e si avvicinò ad una ragazza: era d'aspetto fragile, aveva un volto gentile, le si leggeva negli occhi lo sconforto, era affamata. Hans le offrì la sua razione, del cioccolato, delle noci. La ragazza lo guardò gelida e respinse il pacchetto. Allora Hans raccolse una margherita e si inchinò: "Avrei tanto voluto darvi una piccola gioia," disse. Il treno ripartì. E Hans fu contento perché la ragazza si era infilata la margherita fra i capelli, e sorrideva.
Seppe dalla madre la storia dei bambini malati di mente. Le suore della "Schwabiger Hall" frequntavano la sua famiglia, erano piccole suore caritatevoli che raccoglievano fanciulli senza speranza. Una mattina arrivarono le SS: si sentirono sulla strada stridere i freni di un lungo convoglio, una lunga fila di autocarri neri: "Andiamo, venite con noi," dicevano le SS, e i bambini si misero in fila con i loro grembiulini azzurri puliti, ridevano scioccamente, ridevano felici. Li portarono alle camere a gas.
"Perché non tornano?" chiedevano allora alle piccole suore caritatevoli i piccoli rimasti. "Ma dove vanno tutte queste grandi automobili?"
"Vanno in cielo," dicevano le suorine.
Allora, quando arrivarono di nuovo le SS, i bambini correvano incontro ai soldati, si mettevano in fila senza fare arrabbiare, ridevano scioccamente, felici, e salivano sulle grandi automobili nere cantando.
E seppe ancora di quel padre che era tornato con un breve permesso dall'Est, per correre dalle suore della "Schwabiger Hall", a vedere il suo bimbo che credeva guarito, e non lo aveva più trovato.
E di quella madre che, dopo un bombardamento, camminava tra le macerie e la polvere, portando tutto quel che le era rimasto in una valigia: un suo figlioletto da deporre al cimitero, camminava fiera e severa con quella strana valigia. COsì decise che bisognava fare qualcosa per salvare la propria anima, per illuminare le anime degli altri. Trovò. all'università, fra i suoi compagni, qualcuno disposto a battersi con lui: Christoph Probs, ad esempio, uno strano giovanotto che si occupava anche di astrologia e studiava le piante e le pietre curiose del suo paese, Willi Graf, un teologo, e lo stesso professor Huber, che aveva i capelli bianchi, e un grande senso della responsabilità morale che gli era imposta dalla cattedra. E infine Sophie, la studentessa in filosofia Sophie Scholl, una signorinetta allegra, che era lieta di seguire il fratello nella scoperta del mondo. Erano gli anni dei film francesi di Renoir o di Duvivier, i film ch eesprimevano il disgusto per una certa vita; c'era da scoprire la pittura moderna: Kandinsky e Klee, che cosa volevano dire?, e anche nelle opere dei classici si trovavano parole che illuminavano di una luce vera la grande tragedia.
Cominciarono a compilare messaggi di rivolta, che firmavano con un nome romantico: "La rosa bianca", a stamparli in uno stanzone abbandonato da un artista richiamato alle armi, a distribuirli nelle cassette della posta, nei corridoi, nelle aule universitarie. Il 18 febbraio 1943 Hans Scholl e sua sorella Sophie vennero arrestati, e con loro Christoph Probst. Hans aveva venticinque anni, ventiquattro Probst, venti Sophie. Per lunghe ore furono interrogati; la Gestapo parlava loro dell'onore tedesco, della ineluttabile vittoria del nazismo, della sua forza politica. Cercavano una conversazione, ma volevano soprattutto dei nomi. Non li ebbero. Capivano, i tre ragazzi, che erano soli, e che nulla avrebbe potuto più salvarli. "Che bel giorno," disse Sophie ad una compagna di cella, "che sole magnifico, e io debbo morire." E Hans si arrampicò per poter vedere, dalla finestra della prigione, la luce della primavera che avanzava.
Sophie continuò a sorridere, non si smarrì. Chiese all'avocato che doveva difenderla se ad Hans sarebbe stata concessa la fucilazione: "Ha combattuto al fronte," disse. Poi domandò se per lei ci sarebbe stata la forca o la ghigliottina; il difensore era smarrito, tacque.
Hans, raccontò poi qualcuno che gli fu vicino nelle ultime ore, sembrava perfino allegro; ma ogni tanto chiedeva di essere lasciato solo, solo con i suoi pensieri.
Venne il giorno del processo. I giudici indossavano toghe rosse, il presidente Freisler urlava le sue domande. "Quello che noi abbiamo scritto," disse Sophie, "molti lo pensano, ma non osano dirlo".
Ci sono, nell'aula, anche i signori Scholl, avvertiti da un ignoto studente, e c'è Werner, arrivato in licenza dalla Russia. I signori Scholl sono appena giunti in tempo per ascoltare il presidente Freisler che legge la condanna a morte. Werner va a salutare i fratelli e Christoph. Hans gli dice sottovoce: "Mantieniti forte. Nessuna concessione". Probst chiede che gli sia concessa la vita, per i suoi tre bambini, e Hans vuole ancora scagionarlo, ma il presidente delle toghe rosse gli toglie la parola. Allora Christoph Probst, nel carcere di Stradelheim, in attesa che tutto si compia, chiede un prete cattolico perché vuole essere battezzato. Lo avevano educato senza religione, ma nell'ora del congedo domanda di essere liberato da ogni peccato: "Se non sbaglio, " scrive alla madre, "questo è il solo modo per andare da Dio".
Ai signori Scholl viene concesso di stare accanto ai loro ragazzi in attesa che il boia concluda. Prima apparve Hans, dietro le sbarre, più magro, quasi sottile, trasfigurato. Strinse la mano a tutti e disse: "Non sento odio, tutto ciò che mi circonda è lontano, lontano da me". Li pregò di ricordarlo agli amici, e quando disse l'ultimo nome non seppe trattenere una lacrima; si curvò per nasconderla. Si allontanò assorto, ed era ormai davvero lontano.
Poi una guardia accompagnò Sophie: camminava adagio, diritta, non mostrava alcuna emozione. Accettò dalla madre i cioccolatini che Hans non aveva voluti. "Non avevo ancora mangiato," disse, e la madre le mormorò per consolarla: "Cara, pensa a Gesù".
"Sì," rispose Sophie, "ma anche a te."
E se ne andò.
Tutti e tre fumarono insieme l'ultima sigaretta. probst disse: "Non credevo fosse tanto facile morire, tra qualche minuto saremo nella vita eterna.". Hans gridò: "Viva la libertà". Sophie fu condotta sul palco per prima, non disse nulla, camminava adagio, calma, diritta.
Era il 22 febbraio 1943.
Sono passati molti anni. Il signor Scholl, che vive a Monaco, è ancora più vecchio e più solo, perché anche la moglie se ne è andata. Inge Scholl lavora, ha un ufficio, deve fare tutto in fretta, perché quattro figli sono tanti, e bisogna approfittare anche di quel momento in cui dormono. Dice: "Crescono sereni, non possono nemmeno immaginare che si potesse andare in galera per aver ceduto, sul tram, il posto a un ebreo malato. Non sanno nulla di quell'altro mondo, dell'altro mondo".
Non possono nemmeno immaginare che Hitler abbia fatto del male, soltanto del male.


Tratto da Crepuscolo degli dei di Enzo Biagi (1961)



[Ardesia, 04/05/2008][p.link][Nessun commento]

[mercoledì 30 aprile 08]

È un peccato che libri come crepuscolo degli dei di Enzo Biagi non siano più ristampati.
Guardare l'inferno attraverso gli occhi di chi ha dato fuoco alle polveri e di chi ci è stato gettato dentro, condannato, smuove qualcosa dentro, anche a quaranta, cento, mille anni di distanza. Mi sta bene tutto il gran parlare che si fa circa l'importanza di preservare la memoria - anche perché, nonostante il megarchivio di marasmatico nozionismo che è internet, mi pare si stiano attraversando tempi di memoria "usa e getta", nel senso che si ricorda solo ciò che fa comodo e tutto il resto finisce chissà dove - ma si dovrebbe anche agire per tenere a galla i mezzi che di questa memoria sono custodi e promulgatori.
Comunque sia, visto che mi sono lanciata nelle trascrizioni, riporto di seguito la nota alla quarta edizione del libro (1975) e l'introduzione all'edizione originale (1961), entrambe dello stesso Biagi.


NOTA ALL'EDIZIONE BUR


Questa della BUR è la quarta edizione di un libro fortunato. Non ci sono aggiunte né modifiche. Il testo vuole essere il documento di un viaggio in un paese che ancora cercava di cancellare i segni della guerra e meditava sui suoi errori. La parola Germania, allora, sottintendeva anche un giudizio morale.
Io ero affascinato da quel tanto di poetico e di demoniaco che c'è sempre nella vicenda dei tedeschi: le favole dei Grimm e il canto dei canarini dell'Harz, Goethe e Guglielmo II, Wiechert e Hitler, la voce torbida di Zarah Leander e le prime V-1 cavalcate dall'aviatrice Hanna Reitsch.
Cercavo le testimonianze di un passato crudele, tentando di capire che mondo sarebbe nato a Berlino, attorno alle macerie nere della Unter den Linden, o alla collinetta di terra rimossa che copriva la Cancelleria del Terzo Reich.
Molte delle persone che incontrai se ne sono andate, e tanti fatti appaiono lontani, ma forse non è del tutto inutile ritrovare, sia pure attraverso le note di un giornalista, qualcosa di quel clima incerto e allucinato, che l'orgoglio e la potenza economica della DDR e della Bundesrepublik hanno spazzato via. In quei giorni, mi pare, il marco era più debole, ma lo spirito e la speranza apparivano più forti. Dall'aprile del 1945, quando un soldato dell'Armata Rossa issò un drappo con la falce e il martello sulla porta di Brandeburgo, sono passati appena trent'anni: mi farebbe piacere che i giovani sapessero e ricordassero.
E.B.

gennaio 1975



Brevemente dormiamo,
ahimè, fra guerra e guerra!

Heinz Piontek




INTRODUZIONE


Questo è il libro di un giornalista. L'ho scritto in una stanza dell'"Hotel am Zoo", durante una delle tante crisi di Berlino: ricordo una lunga conversazione con Alfred Andersch, l'autore di Zanzibar; diceva che l'anticonformismo di Der Spiegel è apparente, la spregiudicata rivista critica i nostalgici dei vecchi miti, ma stronca i romanzieri di sinistra.
L'ho scritto in una locanda sul Mare del Nord. Si chiamava Zur Oase, "all'oasi"; Frau Margot, la padrona, mi parlava della "Gasthaus" che aveva una volta nella sua terra di Prussia, accanto al castello di un principe: ospitava i cacciatori che inseguivano i caprioli, o andavano nella valle ad aspettare il passo del gallo cedrone. Frau Margot piangeva su una perduta osteria, e una perduta felicità.
L'ho scritto in una birreria di Monaco, fra austeri funzionari travestiti da diavoli, banchieri in parrucca, col naso finto, che allegria, quanta musica: "Chi sa cosa pensano," diceva un collega "quando sono soli, chi sa cosa hanno dentro".
Sono pagine nate da incontri, perché io andavo a cercare delle storie e degli uomini: volevo trovare, soprattutto, l'uomo tedesco, vedere cosa è rimasto del suo orgoglio, quale segno si avverte ancora delle sue sconfitte. Ho scoperto una grande solitudine. L'antefatto, e lo svolgimento del dramma che racconto, sono a tutti noti, ma la conclusione è ancora lontana. Le parole non bastano, forse, a narrare l'intrico dei sentimenti, anche perché molte emozioni restano nascoste.
Dedico questo racconto a un soldato della "Wehrmacht": si chiamava Albert, era sergente di fanteria, non ricordo il suo cognome, ho in mente che era nato nella Lorena, non so se è vivo, come finì per lui la folle avventura. Lo conobbi in un villaggio dell'Appennino tosco-emiliano: parlavamo di tante cose, e anche della guerra. Non amava Hitler, ma credeva che, alla fine, la Germania avrebbe vinto. Ubbidiva. Durante un rastrellamento finii fra le braccia di un tenente delle SS. Cercavano gente per la Todt, per portare munizioni in linea, per mandarla a lavorare nelle fabbriche tedesche. Molti non tornarono. Albert di presentò all'ufficiale e disse, offendendo la verità e la lingua della sua patria: "Er ist unser Dolmetscher," è il nostro interprete. Mi lasciarono andare.
Non ho più visto Albert; questo è il solo modo che mi rimane per dirgli grazie.

Enzo Biagi



[Ardesia, 30/04/2008][p.link][Nessun commento]

[venerdì 18 aprile 08]


Per anestetizzare una botta di nervoso di proporzioni apocalittiche ho trascritto tutta l'introduzione di Gabriel Garcia Márquez a Racconto di un naufrago.
Sarà che mi stavo sententendo naufragare un po' anch'io.

Il titolo del post è tratto dalla suddetta introduzione.
La suddetta introduzione è incollata qui di seguito, quindi oltre ad essere suddetta è anche sottostante.
Visto che mi sento ancora un pochetto sottosopra tutto ciò mi sembra molto appropriato.


La storia di questa storia

Il 28 febbraio del 1955 si diffuse la notizia che otto membri dell'equipaggio del cacciatorpediniere "Caldas", della marina militare della Colombia, erano caduti in mare e vi erano scomparsi a causa di una tempesta nel mar dei Caraibi. La nave viaggiava da Mobile, negli Stati Uniti, dove aveva subito delle riparazioni, verso il porto colombiano di Cartagena, dove arrivò senza ritardo due ore dopo la tragedia. La ricerca dei naufraghi ebbe inizio immediatamente, con la collaborazione delle forze nordamericane del canale di Panama, che svolgono funzioni di controllo militare e altre opere di carità nel Sud dei Caraibi. Dopo quattro giorni le ricerche furono interrotte, e i marinai dispersi vennero dichiarati ufficialmente morti. Una settimana dopo, però, uno di loro fu ritrovato moribondo su una spiaggia deserta del Nord della Colombia, dopo che era rimasto dieci giorni senza né mangiare né bere in una zattera alla deriva. Si chiamava Luis Alejandro Velasco. Questo libro è la ricostruzione giornalistica di quanto lui mi raccontò, così come fu pubblicata un mese dopo la sciagura sul quotidiano «El Espectator» di Bogotá.
Ciò che né il naufrago né io sapevamo mentre cercavamo di ricostruire minuto per minuto la sua avventura, era che quell'estenuante operazione ci avrebbe condotti a una nuova avventura che provocò un certo subbuglio nel paese, che a lui costò la gloria e la carriera e che a me avrebbe potuto costare la pelle.
La Colombia era allora sotto la dittatura militare e folcloristica del generale Gustavo Rojas Pinilla, le cui due imprese più memorabili furono una carneficina di studenti nel centro della capitale quando l'esercito disperse con le armi una manifestazione pacifica, e l'assassinio da parte della polizia segreta di un numero mai accertato di spettatori di corride domenicali, che nell'arena avevano fischiato la figlia del dittatore. La stampa era sotto censura, e il problema quotidiano dei giornali dell'opposizione era trovare argomenti non inquinati dalla politica per intrattenere i lettori. All'«Espectator», incaricati di questo onorevole lavoro da cucinieri eravamo Guillermo Cano, direttore, José Salgar, redattore capo, e io che facevo il cronista. Nessuno di noi aveva più di trent'anni.
Quando Luis Alejandro Velasco venne di propria iniziativa a chiederci quanto gli avremmo pagato la sua storia, la prendemmo per quel che era: una notizia rifritta. Le forze armate lo avevano tenuto sequestrato per diverse settimane in un ospedale marittimo, e aveva potuto parlare soltanto con i giornalisti del regime, e con uno dell'opposizione che si era travestito da medico. La storia era stata raccontata più volte a pezzi e bocconi, era ormai rimestata e stravolta, e i lettori sembravano stufi di un eroe che si vendeva per fare la pubblicità agli orologi, perché il suo non era andato indietro malgrado le intemperie, che compariva nella réclame di certe scarpe, perché le sue erano così forti che non le aveva potute fare a pezzi per mangiarsele, e in molte altre porcherie pubblicitarie. Era stato decorato, aveva fatto discorsi patriottici per radio, lo avevano mostrato alla televisione come esempio per le generazioni future, lo avevano portato a spasso per mezzo paese tra musiche e fiori a fargli firmare autografi e a farlo baciare dalle reginette di bellezza. Aveva messo insieme una piccola fortuna. Se veniva da noi senza che lo avessimo chiamato, dopo essere stato cercato tanto, era chiaro che non aveva più molto da raccontare, che sarebbe stato capace di inventare qualsiasi cosa per quattro soldi, e che il governo gli aveva precisato con molta esattezza i limiti delle sue eventuali dichiarazioni. Lo rispedimmo via. Improvvisamente, colto da un presentimento, Guillermo Cano lo rincorse per le scale, accettò l'affare, e lo mise nelle mie mani. Fu come se mi avesse dato una bomba a orologeria.
La mia prima sorpresa fu che quel ragazzo di vent'anni, tarchiato, con una faccia più da trombettiere che da eroe della patria, aveva un istinto eccezionale nell'arte di raccontare, una capacità di sintesi e una memoria stupefacenti, e abbastanza dignità selvatica da saper sorridere del proprio eroismo. In venti sedute di sei ore al giorno, nel corso delle quali io prendevo appunti e me ne venivo fuori con domande a trabocchetto per coglierlo in contraddizione, riuscimmo a ricostruire il racconto compatto e veritiero dei suoi dieci giorni in mare. Era talmente minuzioso e appassionante che il mio unico problema letterario sarebbe stato di fare in modo che il lettore lo prendesse sul serio. Non solo per questo, ma anche perché ci pareva giusto, ci mettemmo d'accordo per scriverlo in prima persona, firmato da lui. In effetti questa è la prima volta che il mio nome compare legato a questo testo.
La seconda sorpresa, e fu la più bella, l'ebbi al quarto giorno di lavoro, quando chiesi a Luis Alejandro Velasco di descrivermi la tempesta che aveva provocato il disastro. Consapevole che la dichiarazione valeva tanto oro quanto pesava, mi rispose con un sorriso: «Non c'era nessuna tempesta». E così stavano le cose: i servizi meteorologici ci confermarono che quello era stato uno dei tanti febbrai mansueti e diafani dei Caraibi. La verità, mai resa pubblica fino allora, era che la nave aveva preso una sbandata per via del vento con il mare grosso, il carico male assicurato in coperta si era slegato, e gli otto marinai erano finiti in mare. La rivelazione denunciava tre infrazioni enormi: primo, era proibito trasportare carichi su un cacciatorpediniere; secondo, era stato a causa del soprappeso che la nave non aveva potuto manovrare per recuperare i naufraghi; e terzo, il carico era di contrabbando: frigoriferi, televisori, lavatrici. Era evidente che il racconto, come il cacciatorpediniere, trasportava anch'esso, male assicurato, un carico politico e morale di accuse che non avevamo previsto.
La storia, divisa in puntate, fu pubblicata in quattordici giorni consecutivi. Lo stesso governo applaudì in principio la consacrazione letteraria del suo eroe. Poi, quando venne fuori la verità, sarebbe stata una sconsideratezza politica impedire la continuazione della serie: la diffusione del quotidiano si era quasi raddoppiata e c'era davanti al palazzo una ressa di persone che faceva a gara per comprare i numeri arretrati in modo da poter possedere la collezione completa. La dittatura, seguendo una tradizione molto peculiare dei governi colombiani, si rassegnò a rattoppare la verità con la retorica: smentì con un comunicato solenne che il cacciatorpediniere trasportasse merce di contrabbando. Cercando il modo di sostenere le nostre accuse, chiedemmo a Luis Alejandro Velasco un elenco dei suoi compagni di equipaggio che possedevano macchine fotografiche. Anche se molti erano in vacanza in diverse parti del paese, riuscimmo a scovarli per comprare le foto che avevano scattato durante il viaggio. Una settima dopo che era stato pubblicato a puntate, il racconto apparve completo in un supplemento speciale, illustrato con le foto comprate ai marinai. Sullo sfondo dei gruppi di amici in alto mare, si vedevano senza la minima possibilità di equivoco, persino con i marchi di fabbrica, le casse di merce di contrabbando. La dittatura accusò il colpo con una serie di drastiche rappresaglie che sarebbero culminate, qualche mese dopo, con la chiusura del giornale.
Malgrado le pressioni, le minacce e i più seducenti tentativi di corruzione, Luis Alejandro Velasco non si rimangiò una riga del racconto. Dovette abbandonare la marina, che era l'unico lavoro che sapeva fare, e franò nell'oblio della vita comune. Neanche due anni dopo cadde la dittatura e la Colombia finì nelle mani di altri regimi meglio vestiti ma non molto più giusti, mentre io iniziavo a Parigi questo esilio errante e un poco nostalgico che somiglia tanto anch'esso a una zattera alla deriva. Nessuno seppe più nulla del naufrago solitario, fino a quando pochi mesi fa un giornalista sperduto lo riconobbe dietro la scrivania di un'impresa d'autobus. Ho visto la foto: è cresciuto di peso e di età, e si vede bene che la vita lo ha attraversato da parte a parte, ma gli ha lasciato l'aura serena dell'eroe che ebbe il coraggio di far saltare in aria la propria statua.
Era da quindici anni che non rileggevo questo racconto. Mi sembra abbastanza degno d'esser pubblicato, anche se non riesco a capire l'utilità di una sua pubblicazione. Se lo si stampa ora sotto forma di libro è perché ho detto di sì senza rifletterci bene, e io sono un uomo che ha una sola parola. Mi deprime l'idea che agli editori non interessino tanto i meriti del testo quanto il nome con cui è firmato, nome che mio malgrado è quello di uno scrittore di moda. Per fortuna, ci sono libri che non sono di chi li scrive ma di chi li soffre, e questo è uno. I diritti d'autore, di conseguenza, andranno a chi li merita: al compatriota anonimo che dovette soffrire per dieci giorni senza né bere né mangiare in una zattera perché questo libro fosse possibile.

G.G.M.


Barcellona, febbraio 1970




[Ardesia, 18/04/2008][p.link][Nessun commento]

[mercoledì 02 aprile 08]

Non ho mai ricevuto tanto spam in mail come in questi ultimi giorni.
C'è chi vuol alleviare pene e chi propone allungamenti di pene.
Ci sono catene di derelitti, proposte di lavoro che puzzano di pesce marcio e un sfilza di enti che insistono nel volermi rimborsare soldi che naturalmente non ho mai sborsato.
Ovviamente le uniche mail che vorrei ricevere sono quelle che continuano a non arrivare.


[Ardesia, 02/04/2008][p.link][4 commenti]

[sabato 22 marzo 08]


Titolo soave e geniale (tratto da una canzone di Mike Gibbs).

L'idea di un qualcosa prima che accada, che ancora nemmeno è ciò in cui potrebbe trasformarsi.
La pioggia prima che cada. Un'irrealtà che rinfresca e rigenera quanto un acquazzone vero e proprio.

"Il tuo tipo di pioggia preferito?" disse Thea. Ricordo che aveva la fronte aggrottata, mentre rifletteva su queste parole, poi annunciò: "Be', a me piace la pioggia prima che cada". Rebecca sorrise della trovata, ma io (in modo molto pedante, suppongo) dissi: "Però prima che cada non è proprio pioggia, tesoro". "E allora cos'è?" disse Thea. E io spiegai: "È solo umidità. Umidità delle nuvole". Thea abbassò gli occhi e si concentrò , ancora una volta, a scegliere i ciottoli sulla spiaggia: ne raccolse due e prese a batterli uno contro l'altro. Il suono sembrava darle piacere. Non mi arresi: "Sai, Thea, non esiste una cosa come la pioggia prima che cada. Deve cadere, altrimenti non è pioggia". Era un principio stupido su cui insistere con una bambina, e mi pentii di aver cominciato. Ma Thea sembrava non avere nessuna difficoltà ad afferrarlo, semmai il contrario - perché dopo qualche minuto mi guardò e scosse la testa con aria di commiserazione, come se stesse mettendo a dura prova la sua pazienza dover discutere con questioni del genere con una ritardata. "Certo che non esiste una cosa così," disse. "È proprio per questo che è la mia preferita. Qualcosa può bene farti felice, no? Anche se non è reale."

Immagine di La pioggia prima che cadaRomanzo a cui ci si affeziona.
Trovo davvero eccezionale la capacità di Coe di scavare tanto a fondo nell'animo dei personaggi dei suoi libri.
Sensibilità e efferazione, devastazione e delicatezza: in questa ragnatela di legami tutti al femminile restano contemporaneamente impigliati sentimenti e idee del tutto contrastanti. D'altronde, come afferma più volte la stessa Rosamond nel corso del suo racconto: "...la vita comincia ad avere senso solo quando ti rendi conto che a volte - spesso - continuamente - due idee del tutto contraddittorie possono essere egualmente vere."


[Ardesia, 22/03/2008][p.link][1 commento]

[martedì 11 marzo 08]



[Ardesia, 11/03/2008][p.link][Nessun commento]

[martedì 26 febbraio 08]

Fate caso alla forma del palco dell'Ariston: non ci sono dubbi, quello è il logone del progetto Dharma!
Va a finire che Jacob altri non è che Pippo Baudo.
Brividi.


[Ardesia, 26/02/2008][p.link][2 commenti]

Se ne vuoi ancora spulcia l'archivio, ma occhio alla polvere, al verme disicio, alle ragnatele e ai gaglioffi delle spelonche ché il budget al momento non mi consente di includere nel pacchetto blogghettaro l'intervento di un sauro da salvataggio.

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Diritti e rovesci
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