[RECENSIONI dai BLOG e non...]
- "Cecità" di José Saramago
- "Il codice da Vinci" di Dan Brown
- "Il contrario di uno" di Erri De Luca
- "Tesoro" di Clive Cussler
- "Underworld" di Don DeLillo
[IN PILLOLE]
- "Cortina di fumo" di Robert Sabbag
[SEGNALAZIONI]
- "Il figlio dei due mondi" di Andrea Donnini
IL CODICE DA VINCI di Dan Brown
tra ieri notte e oggi pomeriggio ho letteralmente divorato l'ennesimo libro meraviglioso consigliatomi da amici blogger. stavolta è toccato a "il codice da vinci", best seller di dan brown, su suggerimento di secondsight: ammetterò candidamente che questo libro mi ha praticamente portato via il sonno. infatti, stanotte alle cinque mi sono autocostretta a smettere di leggere e dormire quelle due, tre ore necessarie alla mia sopravvivenza. devo dire, a posteriori, di aver fatto molto bene: perché poi mi è capitato di finirlo oggi pomeriggio in un contesto veramente strano e piacevole. seduta sulla scalinata di San Petronio, ho letto le ultime pagine accompagnata da un sottofondo musicale fatto di violini e fisarmoniche, tra la gente che andava e veniva, sotto un cielo grigio e atmosferico. bello, bello, bello. ovviamente, ve lo consiglio.
{fio}
http://fio.iobloggo.com/
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UNDERWORLD di Don DeLillo
ci sto impazzendo, ma non riesco a staccarmene
Ci sono persone del cui giudizio, in campi specifici, mi fido ciecamente. Così tempo fa ho ribattezzato adayinthelife "dispensatore di ottimi consigli letterari" per avermi fatto conoscere una decisa serie di ottime cose: Cummings, Carver, Lodge, Russel, eccetera. Prima succedeva infatti che io entrassi in biblioteca e, trovandomi perfettamente spaesata di fronte alle migliaia di cose che avrei potuto leggere, avessi bisogno di essere indirizzata verso qualcosa di particolare, per non essere colta da crisi di identità o convulsioni letterarie.
Il mio titolo di oggi si riferisce, quindi, all'ultimo libro in ordine cronologico da lui consigliatomi: UNDERWORLD di Don DeLillo.
Di solito non mi ci vorrebbe più di una settimana a finire un libro di quelle dimensioni, e invece non riesco fisiologicamente a leggerne più di cinquanta pagine al giorno. Sono arenata a pagina trecento, cioè nemmeno ad un terzo, e sono già passate due settimane: il che è gravissimo, dal mio punto di vista. Il problema è che sono già troppo avanti per permettermi di non finirlo, ma ancora troppo indietro per capire quando tutti i personaggi acquisteranno il loro senso. Sono davanti ad un enorme calderone di nomi vicende situazioni contesti paesaggi episodi da cui non riesco a districarmi. E non so perché, ma una delle parole che mi viene in mente maggiormente leggendo questo libro è "densissimo". E molto difficile.
E questo era il motivo per cui ci sto impazzendo.
Di solito non mi ci vorrebbe più di una settimana a finire un libro di quelle dimensioni, e invece non voglio fisiologicamente leggerne più di cinquanta pagine al giorno. Sono ferma a pagina trecento, cioè nemmeno ad un terzo, e sono già passate due settimane. Il che è molto interessante, dal mio punto di vista. La cosa affascinante è che sono ancora troppo indietro per capire quando tutti i personaggi acquisteranno il loro senso, ma già troppo avanti per permettermi di non finirlo. Sono davanti ad un enorme calderone di nomi vicende situazioni contesti paesaggi episodi da cui non riesco a non essere affascinata. E non so perché, ma una delle parole che mi viene in mente maggiormente leggendo questo libro è "apocalittico". E molto appagante.
E questo era il motivo per cui non riesco a staccarmene.
IL FIGLIO DEI DUE MONDI di Andrea Donnini
"Grolim era un pianeta al centro della galassia M104. Erano circa duecento anni che aveva il controllo di essa ma ora il Gran Sacerdote Klavius V voleva l'espansione totale su tutte le altre galassie e il primo obiettivo era la sottomissione del pianeta Terra. I preparativi militari erano cominciati e la casta dei Sacerdoti, dotati d'eccezionali poteri mentali, aveva deciso di far uso delle Menti Combinate. Era la prima volta che veniva presa questa decisione ma la potenza della "Confederazione dei Pianeti" con a capo la Terra ne rendeva necessario l'uso. Lo scopo principale era appunto quello di distruggere la Terra in modo tale da far vedere a tutti la potenza di Grolim."
L'incipit del romanzo d'esordio di Donnini riesce, nel giro di poche righe, a catapultare il lettore in un'atmosfera distante anni luce che però ha la peculiarità di trasmette già da subito una propria irradiante concretezza. Come naturalmente avrete capito si tratta di una storia di fantascienza che nasce dalla passione dell'autore per le prime serie televisive di "Star Trek" e per i romanzi di Isaac Asimov, Frank Herbert, Marion Zimmer Bradley.
Visitando il sito personale di Andrea Donnini troverete molte altre interessanti informazioni riguardo la nascita di questa sua prima fatica letteraria.
Se lo desiderate potete acquistare il libro tramite il sistema di distribuzione shareware, oppure ordinandolo su IBS o Unilibro
[RECENSIONI dai BLOG e non...]
- "Calliphora" di Patricia D. Cornwell
- "Il codice da Vinci" di Dan Brown
- "L'età della ragione" di Jean-Paul Sartre
- "L'inferno del nostro scontento" di Troy Underwood
- "Presagio triste" di Banana Yoshimoto
[SE NE PARLA]
- Non pago di leggere
[IN PILLOLE]
- "Le parole che non ti ho detto" di Nicholas Sparks
Ho finito di leggere Calliphora, il nuovo romanzo di Patricia Corrnwell con protagonista Kay Scarpetta, l'anatomopatologa inventata dalla scrittrice. Premetto, per dovere di cronaca, che ho sempre ritenuto che, nel personaggio di Kay Scarpetta, l'autrice adombri molto se stessa (ovviamente in versione idealizzata). Tornando al romanzo: parte da tre anni dopo le vicende de "L'Ultimo Distretto", e quindi il processo a Jean Baptiste Chandonne si è chiuso.
Non è un giallo nel senso classico del termine: è un thriller (come viene riportato nella copertina), in cui la Cornwell apporta parecchi cambiamenti. Il primo, e più evidente, è quello del suo modo di scrivere: i romanzi precedenti erano ambientati nel passato e venivano "raccontati" da Kay Scarpetta, e quindi si usava la prima persona. Nel nuovo romanzo la Cornwell parla al presente, ed in terza persona seguendo le vicende dei vari personaggi che si incroceranno verso la fine del libro.
A proposito dei personaggi: le loro situazioni, rispetto all'ultimo libro, sono molto cambiate, ma anche come carattere sono cambiati, in particolare Lucy (la nipote di Kay Scarpetta) e un altro personaggio (di cui non posso fare il nome o rovino tutto) e questo stride con i romanzi precedenti.
La Cornwell, comunque, va ancora più in la: riesuma vecchi personaggi, disegna un intrigo e si riallaccia a vecchie vicende (consiglio: rileggetevi punto d'origine) cambiando e stravolgendo le carte in tavola dando, in alcuni casi, l'impressione di avere voluto barare con il lettore e di tentare di uscire da un vicolo cieco nel quale si era cacciata con i precedenti libri. Alla fine , molti nodi vengono risolti e altri lasciati in sospeso in modo da fungere da prologo ad un successivo, inevitabile libro.
Detto ciò, aggiungo che penso possa piacere ai fan della Cornwell (sono tra questi), mentre per quanti si avvicinano per la prima volta all'autrice il libro è godibilissimo (anche se non avete letto gli altri libri dell'autrice). I colpi di scena ci sono e sono ben dosati, anche se qualche volta il lettore di vecchia data può sentirsi tradito. Comunque è un libro che vale il suo prezzo (416 pagine, euro 18,60).
Letteralmente divorato, nonostante la recensione sul risvolto di copertina sia abbastanza fuorviante: tutto vero fino a metà, poi secondo me o ha bevuto, o ha letto un altro libro...
Vero il professore ucciso nel Louvre, trovato nudo e disposto come l'uomo di vitruvio di Leonardo.
Vero il codice incomprensibile, decifrato grazie a una crittologa e a un esperto di simbologia.
Ma poi...
Poi 24 ore e poco più di corse intense, dalle piramidi di vetro del Louvre alle guglie gotiche di una cattedrale di Londra, dal sorriso enigmatico della Gioconda alla "tomba di un cavaliere"...
24 ore di segreti e racconti mitologici dimenticati, di sette e Grandi Maestri, di storie mai svelate, di una fede che ti fa accettare tutto, senza domande.
Una cosa è certa: potrete accettare o respingere le teorie di questo libro (da alcuni considerato addirittura eretico), ma in ogni caso guarderete con occhi nuovi capolavori dell'arte che pensavate di conoscere.
-"Voglio la libertà!"
-"Piena o Vuota?"
Ho finito di leggere l'età della ragione di jean paul sartre, iniziato il 20 ottobre 2003 (aspettaaateee! non sono una capra!! il fatto è che leggo piu cose insieme... e proprio per questo motivo mi stavo lasciando prendere la mano da 'altro' e stavo lasciando la lettura di questo libro incompleta).
Narra di alcune giornate, credo 3 o 4 al massimo, (non riesco mai a estrapolare precisamnete, mentre leggo, l'arco temporale in cui si svolge la vicenda, quando leggo cosi 'a brandelli'!) vissute da Matteo, la sua 'ragazza' Marcella, Daniele - amico di Matteo e Marcella - (tutti sulla trentina) e Ivi - ragazza che piace a Matteo - il fratello di lei Boris (entrambi ventenni) e Lola, la ragazza 'attempata' di Boris.
Matteo è un libertino, un peter-pan che nega di esserlo. Ama interrogarsi, rileggere i suoi comportamenti e lo fa con l'aiuto di Marcella, sua compagna di vita da diversi anni che vive la sua vita segregata dentro casa a curare la madre anziana rimpiangendo i tempi passati, quando era 'giovane' e non conosceva ancora Matteo.
Matteo e Marcella sono una coppia, peccato che Matteo non se ne faccia una ragione: il concetto a cui tiene, in assoluto, di piu è la libertà: per lui significa non dipendere da nulla e da nessuno, distaccarsi da tutto e tutti, sentirsi in grado di far ciò che vuole, quando lo vuole, vivere senza quel fastidioso sentimento che è la dipendenza. Marcella lo conosce bene, sa cosa significa per lui la parola libertà. Proprio per questo quando rimane incinta si sente con le spalle al muro: avevano più volte parlato di questa eventualità in passato e la decisione era già stata presa: aborto.
Marcella sa ciò che 'deve' fare. La sera che lo dice a Matteo lui non esita: aborto.
Non rimane che trovare 'chi' lo deve fare e soprattutto i 'soldi' per farlo. Cosi inizia questo libro.
I soldi saranno la soglia che Matteo dovrà decidere se o meno attraversare, saranno 'elemento' che deciderà della vita di Matteo: il 'soccombere' al matrimonio con Marcella o il respirare l'aria fresca, frizzante e leggera della libertà.
Matteo più volte si interrogherà, "la sposo-non la sposo", "lo voglio-non la voglio", incerto se trovare "davvero" i soldi o se arrendersi e 'magari' ammettere di volere ciò che ha sempre negato anche solo di desiderare. Gli altri saranno il condimento del libro: Daniele con i suoi conflitti, il suo rinnegare se stesso e il suo convivere con il suo fascino che ammalia tutti. Ivic con il suo essere cinica ed egoista, viziata e superficiale, che combatte contro l'immagine di se che sempre piu violentemente il mondo le rimanda e Boris, alle prese col suo rapporto con Lola, cantante di pianobar piu vecchia di lui e innamorata di lui e proprio per questo ossessionata dalla differenza d'età e dall'impotesi che lui si possa stancare di lei.
Tutti fuggono da qualcosa e utilizzano gli altri per fuggire, per trovare e darsi delle giustificazioni.
Un libricino che nel "giro" dei bookcorsari italiani ha fatto molto parlare di se':
Troy Underwood "l'inferno del nostro scontento" ISBN 88-7371-019-0
Un libro "crossato" lega due novelline iniziali, una breve pièce teatrale,due novelline finali, un epilogo. Scritto male, l'autore voleva forse ripetere quello che aveva fatto Ende in "lo specchio nello specchio" coi suoi rimandi e l'aridita' che pervade in generale i racconti.
Non ce l'ha fatta. E' riuscito comunque ad avere i suoi 15 minuti di celebrita' e a creare un mistero: chi e' Troy Underwood? perche' nella sua scarna biografia cosi' tanti rimandi a Stephen King? Perche' ha pubblicato per una casa editrice cosi' difficile da reperire? Ha creato un piccolo mistero, con un titolo parafrasato dal Riccardo III di Shakespeare, ed un libro ORRENDO!
Da sconsigliare subito!
due viaggi in treno e ho finito un libro che avevo accantonato. a dispetto delle note in quarta di copertina le prime pagine sembrano fare il paio con gli ultimi romanzi non proprio entusiasmanti della yoshimoto, ma ad un tratto "presagio triste" prende ritmo e scorre via con la leggerezza* che ha contraddistinto i primi romanzi.
metto in guardia chi pensa di trovare un nuovo "kitchen": non è così. dopo amrita la yoshimoto cambia registro e qui l'esperienza maturata si sente tutta. esperienza che fa un gran bene alla scrittura della yoshimoto: sfiora lieve e allo stesso tempo in maniera esplicita dei temi difficili che non nomino visto che sono la chiave del romanzo. c'è dell'intelligenza a lasciare che il lettore tragga da solo le proprie conclusioni senza guidarlo pretenziosamente attraverso le proprie elucubrazioni mentali.
la yoshimoto qui lascia aperta una porta sul mondo reale:non rinchiude più i suoi personaggi,sempre sopra le righe, in un mondo a parte [come hanno detto più volte i suoi detrattori]. è [finalmente] il salto di qualità dopo amrita, anche se se ne ravvisavano tracce già in honeymoon e l'ultima amante di hachiko.
* leggerezza che non vuol dire superficialità, ma leggerezza di chi sa non calcare la mano parlando di temi affatto banali
LE PAROLE CHE NON TI HO DETTO di Nicholas Sparks
"Lo sconsiglio perché è talmente melenso e scontato da far venire il voltastomaco già dopo le prime pagine", (Marcox)
NON PAGO DI LEGGERE
"L'Unione Europea ha aperto un procedimento di infrazione contro alcuni paesi europei, tra cui l'Italia, "colpevoli" di non aver introdotto la remunerazione degli autori e degli editori per i prestiti effettuati in biblioteca..." >>>
In pratica il nostro Paese non sarebbe in regola in quanto nelle nostre biblioteche pubbliche il prestito dei libri è gratuito.
La Biblioteca Civica di Cologno Monzese ha allestito una petizione on-line a cui si può aderire qui >
- JANET FRAME
Lo scorso 30 gennaio è morta JANET FRAME, probabilmente la più importante e conosciuta autrice neozelandese del nostro tempo.
In mezzo a questi titoli di libri che in un modo o nell'altro hanno a che vedere con chi è stato insignito del Nobel ci tengo quindi a segnalare anche l'autobiografia della Frame, che questo premio non l'ha mai vinto, ma che forse, considerato il valore indiscusso e la sensibilità della sua prosa e le vicessitudini che ha dovuto affrontare nel corso della vita, l'avrebbe meritato:
UN ANGELO ALLA MIA TAVOLA di Janet Frame (Edizioni Einaudi - 11 Euro)
"Dapprima un'infanzia e un'adolescenza vissute in Nuova Zelanda negli anni Venti e Trenta in una famiglia modesta: il padre impiegato delle ferrovie e la madre con un solo vestito per la domenica e la segreta aspirazione a scrivere versi. Poi, con la maturità, la sospirata indipendenza e le letture - soprattutto Virginia Woolf - ma anche l'incubo dell'internamento psichiatrico. Quindi il viaggio liberatorio in Europa, a Londra, e poi a Ibiza, con il primo amore...La complessa e dolorosa formazione di una scrittrice, l'itinerario psicologico e affettivo di una bambina-ragazza-donna..."
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DAI BLOG:
[RECENSIONI]
- "I denti della tigre" di Tom Clancy
- "La famiglia Winshaw" di Jonathan Coe
- "Non ti muovere" di Margaret Mazzantini
- "Tutti i racconti (1940-1962)" di Bernard Malamud
Per una volta sono rimasto con l'amaro in bocca alla fine di un libro di Tom Clancy, nello specifico l'ultimo da lui scritto, "I denti della tigre".
Chi ha già letto un'opera dell'autore, avrà già avuto modo di apprezzarne le innumerevoli trovate (comunque sempre verosimili, anzi quasi profetiche nel caso degli attacchi terroristici con aerei di linea dell'undici di Settembre), i colpi di scena e la quantità industriale di informazioni profuse con grande autorevolezza.
Stavolta ho avuto l'impressione che il buon Tom abbia deciso di rimandare la pubblicazione della seconda parte del libro, che così com'è sembra incompleto e non si avvicina certo a capolavori come "La grande fuga dell'Ottobre Rosso", "Al vertice della tensione", "Paura senza limite" e "Rainbow Six". Infatti quest'ultimo romanzo, davvero breve con le sue neanche 450 pagine (sempre secondo gli standard Clanciani), sembra essere di transizione tra la serie che ha visto protagonista il grandissimo Jack Ryan, con quella che probabilmente racconterà le gesta di suo figlio, Jack Jr.
La trama di "Iddt" mi è sembrata un po' leggerina, sebbene riveli un metodo semplicissimo di uccidere senza lasciare traccia, geniale nella sua semplicità, e molti dei trucchi che le Agenzie usano per spiare le persone. Il finale è un po' forzato, ma per ovvie ragioni di "costruzione" del nuovo personaggio è una pecca che mi sento di perdonare. Adesso aspetto il secondo capitolo della serie Rainbow, sperando in una risurrezione agli antichi fasti...
Ma com'è realmente l'Inghilterra? E' la feroce provincia dei sobborghi descritta da Welsh (vabbè, quella è Scozia, ma non sottilizziamo)? E' il placido ceto medio descritto da Hornby? E' la lotta dei poveracci strangolati dal neoliberismo del miglior cinema inglese? Forse è tutte queste cose, e lo humour, e il cibo cattivo, e le cose che capitano prima là che qua, e la Thatcher che ha fatto scuola, e la City, e i Tabloid, e i ragazzi che bevono birra e si picchiano sulle spiaggie spagnole, e la nostra web agency, con un tizio che veniva alle riunioni in kilt.
Il libro di Jonathan Coe "La famiglia Winshaw" è molto inglese. Humour (soprattutto nero), critica feroce alla generazione del capitalismo senza freni, della politica, l'economia, la cultura degli anni ottanta, una trama molto complessa, in cui tutti i fili devono riannodarsi nel finale dove, come in una soap, una marea di intrecci e coincidenze sfida le leggi delle probabilità. La storia è quella della famiglia Winshaw, dal 1942 al 1990, e dello sgangherato biografo Michael Owen che finisce con odiarli tutti. I Winshaw sono pescecani di professione, sia che facciano gli imprenditori, i banchieri, i politici o i giornalisti. Sono cattivi e si trovano perfettamente al loro agio nel clima Thathceriano.
La trama è complessa e non vale la pena di raccontarla, il libro è buono, anche forse troppo ambizioso: se non l'avessi letto di seguito, sotto le feste, avrei rischiato di perdere per strada tutti quei personaggi che in un modo o nell'altro poi ritornano sempre fuori. Non è travolgente, ma ti strappa diversi sorrisi. Sarà così l'Inghilterra?
Tranquilli, non è un comando, ma è il titolo di un libro che ho letto nel week end. E' scritto da Margaret Mazzantini e sinceramente non lo trovo granchè: non è un obbrobrio, ma non mi ha coinvolto al 100%. Insomma, in certi momenti era lento, noioso, e dopo 60 pagine era diventato prevedibile.
I personaggi secondari sono piatti e bidimensionali. E alla fine, quando ho girato l'ultima pagina, ho posto una domanda: "cosa mi ha lsciato questo libro? che sensazioni mi ha dato?".
Non è una domanda banale: la faccio solo se un libro o un film non mi ha convinto del tutto, se ho trovato qualche pecca. E in questol ibro ho trovato tantissime pecche.
Perché dovrei essere interessata a leggere dei racconti che parlano di ebrei emigrati in America, ambientati nel secondo dopo guerra? E' una domanda scema, ovviamente, ma ammetto di essermela fatta dopo aver preso in mano il libro.
Nel retro della copertina Flannery O'Connor scrive: Ho scoperto uno scrittore di racconti che è il migliore in assoluto, migliore anche di me. Mi piace questa frase, che sia stata pronunciata dalla O'Connor o meno, non me ne importa molto e compro il libro.
I racconti (29) sono brevi, scritti tra il 1940 e il 1962 e ambientati a New York. I personaggi che s'incontrano sono bottegai con le vetrine vuote che guardano con terrore al nuovo supermercato che ha aperto nella strada. Pensionati che vivono nella miseria. E la miseria che non si puo' arrestare, disgrega le famiglie, spinge alla solitudine e a comportamenti asociali.
Questi individui presuntuosi, arroganti, depressi e malvestiti mi hanno fatto pensare ai nuovi poveri che ci sono oggi in Italia. Quelli che comprano al discount solo pasta e passata, che sono in fila per il pacco del Comune, quelli che prima se la cavavano e ora sopravvivono.
Se dirigessi Radio Rai 3, ripristinerei il racconto della sera e comincerei proprio da questa raccolta, che ben si presta ad essere letta ad alta voce.
"Mercoledì delle Ceneri"
L'ho comprato.
Non posso non dire che il primo interesse che mi ha spinta ad acquistare questo libro è stato tutto per l'autore, lui, Ethan Hawke.
Insomma è fascinoso, è bravo (attore in L'attimo fuggente, Training Day e tanti altri film che non ricordo), se non sbaglio ha (o aveva, boh, non sono ferrata in gossip) sposato la supergnoccolona Uma Thurman.
Ecco, mi son chiesta, ma saprà anche scrivere?
E l'ho comprato.
Una piacevole sorpresa, mi è piaciuto.
E' scorrevole, scritto bene, non ha avuto bisogno nè di pulp, nè di splatt, nè di gergo schifo-volgare.
Due ragazzi, il loro amore, la loro voglia di guardare un mondo che non sempre con loro è stato facile.
Una donna sicura, un uomo non tanto, ma entrambi, in qualche modo, positivi pur in una realtà che ha quel tanto di confusa visione di insieme da poter rendere
un amore contorto quanto basta.
Due bei personaggi ed una bella storia incalzante e ritmica al punto giusto.
E mi son risposta - Managgia, sì, sa anche scrivere -
SCRIVERE L'IMMEDIATO
Da qualche giorno sul sito http://www.pordenonelegge.it/ ha preso il via la sezione "scrivere l'immediato" che ogni settimana vedrà impegnati scrittori e/o blogger diversi nella redazione quotidiana di un apposito blog.
Maggiori informazioni circa le modalità e le finalità dell'iniziativa si possono trovare in questa presentazione a cura di Giulio Mozzi.
[RECENSIONI]
- "Contro la morte" di Francesco Campione
- "Il petalo cremisi e il bianco" di Michel Faber
- "Mentre la mia bella dorme" di Rossana Campo
- "Metafisica dei tubi" di Amelie Nothomb
- "Ti prendo e ti porto via" di Niccolò Ammaniti
Molti anni fa, quando ero un giovane medico, neolaureato, venni incaricata di incontrarmi con il futuro cognato di mia sorella per uno scambio di non so quali preziosissimi oggetti dei due innamoratini, mia sorella e suo fratello. Ci demmo appuntamento in uno studio del Policlinico dove lui partecipava a un incontro di supervisione per medici oncologi tenuto dal dottor Campione. Io arrivai in anticipo, lui in ritardo. Questo fatto ha segnato in modo sorprendente la mia formazione professionale dandomi l'occasione di ascoltare per la prima volta Francesco Campione.
Adesso ho i capelli grigi, seppure mascherati abilmente dalla mia parrucchiera, e Campione ha una barba molto più bella e più folta di allora, anche se quasi tutta bianca, ed ho avuto il piacere di ascoltarlo qualche settimana fa ad un convegno. Ho comprato il suo ultimo libro e lo raccomando vivamente a tutti. Nonostante si presenti come un manuale indirizzato alla formazione di medici e sanitari, è prezioso riferimento per chiunque si ponga come osservatore di fronte alla vita ed alla morte, senza voltarvi le spalle.
Il quadro del post precedente è emblematico. Noterete, osservandolo, che nessuno dei presenti è rivolto verso il letto dove la giovane Sofie muore di tisi, come sua madre dieci anni prima. Nessuno salvo, è implicito, il quindicenne Edward Munch che invece osserva, e permette anche a noi, oggi, di osservare.
Mi permetto di offrirvi una breve citazione da "Contro la morte", il libro di Campione, edito da Clueb, reperibile presso le librerie Feltrinelli.
"Una delle possibilità di difesa dalla morte, che si basa, invece, nel guardarla in faccia, è data dalla Medicina e si attua attraverso i ruoli che il medico ha assunto nel corso della storia umana. La Medicina e i medici, infatti, hanno sviluppato l'arte di guarire e di prolungare la vita non tanto dimenticando che si deve morire ma ossessionati dalla morte come si è ossessionati da un irriducibile nemico"
Mi riconosco in questa immagine. Quando la Morte arriverà anche per me, avrò la soddisfazione di guardarla in faccia e dirle: se anche hai vinto sempre tu, perbacco, ti ho reso la vita - pardon, la morte -difficile!
Svegliata alle 8, nonostante non ce ne fosse l'urgenza. O forse si. Dovevo finirlo.
Ieri sera ero arrivata alle ultime 100 pagine di "Il petalo cremisi e il bianco". E' come una droga, non riuscivo a smettere, ma ero troppo stanca per godermelo.
Scorre via come l'acqua, anzi, aveva l'effetto di una doccia fresca nella calura dell'estate passata.
Non mi pesa, allora, riprendere conoscenza questa mattina. Ho l'appuntamento con la fine della storia.
Accendo la luce, con gli occhi ancora semichiusi cerco il segno in fondo al volume, ed inizio.
Un'ora dopo sono lì, piena di rabbia, di tensione, di nervoso. Di odio, quasi, nei confronti dell'autore. Il libro è arrivato alla fine. Lo butto di fianco a me, sul letto, potessi lo brucerei.
Mi scopro in lacrime. Di rabbia.
Penso che è un brutto libro, bruttissimo, che mi ha fatto male, che devo dire a tutti quelli a cui avevo consigliato di leggerlo di lasciar stare, devo scusarmi prima che sia troppo tardi.
Poi fermo i pensieri, l'odio, le emozioni. E ragiono.
Sono passate quasi mille pagine, risucchiate su voracemente, davvero quasi non riuscendo a smettere. Le storie si sono rincorse, vissute da personaggi che quasi riuscivo a vedere con i miei occhi. I profumi ed i colori erano più reali che non descritti.
Non può dare le stesse sensazioni un brutto libro. Non ne è capace.
Un brutto libro non può nemmeno far odiare l'autore. Non può far piangere di rabbia. Non può far imprecare contro i personaggi. Un brutto libro, al limite, può far provare affetto verso uno di questi, si, quello è facile. Ma il disprezzo no, quello è difficile da far nascere. Solo un bel libro è capace di farlo.
E allora cos'è che non andava ? Perchè stavo così male ?
Perchè l'autore ha fatto prendere alla storia una piega che non avrei voluto, perchè non è andato dove mi sarebbe piaciuto. Perchè il finale era diverso da quello che speravo.
Perchè quel libro è come la vita.
Questo romanzo (http://www.feltrinelli.it/SchedaLibro?id_volume=1383608) di Rossana Campo mi è piaciuto abbastanza, pur con un paio di riserve.
Mi è piaciuto perché la protagonista è una tosta, una donna arrabbiata col mondo, che avrebbe mille motivi per piangersi addosso ma che non lo fa; che viene mollata, incinta, da uno che nel libro è relegato a misera e inutile comparsa; che conosce e subito si affeziona a Fruit (giovane e carina, emana "una specie di calma e di positività, come chi ha deciso una volta per tutte di non farsi rompere le palle dal prossimo"), che quando Fruit muore in circostanze non chiare decide che non gli e la contano giusta e si arma di forza, coraggio e intuizione per risolvere il caso da sola.
Ecco, appunto, il caso, è una delle mie riserve: perché non è male, è un noir che si fa leggere e seguire con piacere, anche se in alcuni punti sembra un po' maldestro, forzato e rischia di apparire davvero poco credibile, specie nel finale.
L'altra mia riserva è stilistica. Mi piace lo stile che usa la Campo: diretto, vivo, i dialoghi fluidi, molto veri. Forse alle volte eccede un po', e quella che sembra quasi una trascrizione del parlato, pur rimanendo scrittura e buona scrittura, comincia a stridere, una voce pacata e piacevole che diventa falsetto.
Insomma, per fare un esempio, se mi va bene un passaggio come questo: "Abbiamo iniziato una specie di lotta, ma è quasi ridicola come cosa, perché lui è talmente più forte di me che sono sicura che mi ucciderà", che rende perfettamente l'idea, è brutale, e si sente la concitazione; subito dopo un'espressione come: "Ho paura che mi spacca la mano ma è una questione di vita o di morte e io metto tutta la mia energia in questa lotta", la trovo incredibile da leggere, e mi smonta tutta la tensione.
Riserve a parte, Mentre la mia bella dorme, resta nel complesso una lettura piacevole.
"Metafisica dei tubi" è una stramba descrizione autobiografica di un anno della prima infanzia dell'autrice, Amelie Nothomb. In verità la storia parte dal momento della sua nascita, ed anche un po' prima, ma considerato che, dal momento in cui è uscita dal ventre materno, per circa 30 mesi tutto quello che questa bizzarra scrittrice afferma di aver fatto è stare immobile nella culla, il ricordo effettivo, e con esso quindi anche la parte focale del libro, parte dai suoi due anni e mezzo d'età e si prolunga fino all'agosto del 1970 con l'immagine di una bambina belga di tre anni che sta annegando in giappone, sul fondo di una vasca abitata da tre carpe che si chiamano Gesù, Giuseppe e Maria.
Fortunatamente è stata una lettura breve e veloce perché questa autobiografia romanzata mi ha stranito molto.
Il modo di scrivere della Nothomb ha una componente anomala che non riesco ad individuare; inizio un suo libro, non mi entusiasma, ma non riesco a smettere di leggerlo. La sua scrittura irriverente, piena di metafore e di esplosioni rivelatorie riesce a farmi sentire partecipe e crea in me quella sana curiosità di voltare pagina che ogni storia ben raccontata dovrebbe riuscire a suscitare nel lettore.
In molti passaggi di questa sua metafisica ho intravisto l'ombra di una forte genialità creativa e ciò mi affascina enormemente, ma allo stesso tempo evidentemente trovo che questo non sia abbastanza per riuscire ad abbandonare ogni mia titubanza in merito.
Un libro che si può leggere adottando modalità diverse. Talvolta separate tra loro, spesso da utilizzare in contemporanea. Un libro scritto su due livelli.
Il primo, quello di superficie, di facciata se vogliamo, si adatta ad un romanzo semplice semplice, una storia nella quale si intrecciano storie indipendenti, ma unite tra loro. Amori, delusioni, sfide, contrasti, speranze, debolezze, arroganze, fughe dalle proprie realtà.
Il secondo ricco di sfumature: poche sulla sceneggiatura, molte sui personaggi. Raccontati come se fossero le metafore delle persone che spesso incontriamo nella nostra vita. Personaggi che non sono le solite figure che servono a riempire una scena già ricca di per sé: sono loro stessi la scena, le scene. Ma quei personaggi sono anche i frammenti di un individuo che forse può rappresentarci.
Il romanzo di Niccolò Ammaniti, non a caso è figlio di uno psicoterapeuta, ha come perno la necessità di capire le debolezze e le forze che albergano in ognuno di noi. Certo, rasenta una sorta di autobiografia del passato e del presente, soprattutto del futuro. Del futuro dello scrittore. Del futuro del lettore. Parafrasando il titolo di un noto film, si può dire che un sia un ritorno al futuro. A quello che sarà. Senza stare a pensare a cosa potrebbe rappresentare il domani, piuttosto centrando il discorso sul comunque sarà.
Come a dire: nella vita non ci sono soluzioni, ci sono scelte.
C'è una scelta, accettare o non accettare la giovinezza. Che si vive, che si immagina, che è andata via, che si rimpiange o si ricorda con tenerezza.
Un libro nel quale non c'è un lieto fine oppure una fine tragica. Il libro termina, con tre punti di sospensione immaginari...
Come questo scritto...
Non era particolarmente bella. Viso troppo lungo, occhi scuri, intensi, ma forse troppo tondi. Collo lungo, su un corpo non particolarmente slanciato ed alto.
Si muoveva però come un gatto, indossava abiti che la valorizzavano, anche quando aveva il doppio petto e il sigaro mangiucchiato dalle notti alcoliche trascorse con la penna in mano. Ha creato eroine strane, donne affaticate che trovavano riscatto solo in se stesse, nella bellezza surreale di essere donne a tutti gli effetti e basta. Ha amato femmine, uomini, ha fatto impazzire Chopin, che le ha dedicato gran parte dei suoi notturni. Ha vissuto a Venezia con De Musset, ha avuto fitte e logorroiche conversazioni, scritte e parlate, con i più grandi scrittori dell'epoca: Flaubert, Chateaubriand, Hugo. Ha saputo materializzare negli occhi di questi uomini l'immagine leggera e folgorante di una donna a tutto tondo.
Ha amato anche le donne e le ha disprezzate, quando necessario. Contestava le prime femministe, inglesi e francesi, che si ponevano in una condizione di finta superiorità rispetto all'uomo e lo detestavano. Lei lo amava troppo per poterne fare a meno.
Le sue eroine favolose hanno parlato per lei. Attraverso questi corpi mangiati da una vita sempre troppo piena ha raccontato le emozioni di tutti i giorni come le grandi verità politiche di cui è stata, solo in parte, protagonista. Una socialista utopista, un buzzurro miscuglio di idee politiche personali, autentiche, sue, solo sue. Pretendeva che le donne stolte smettessero di parlare di alterità senza sapere veramente cosa fosse. Desiderava che tutte potessero studiare, capire, votare, e desiderava con tutto il cuore che ognuna di esse guardasse l'uomo come completamento di sé e non come nemico da abbattere per essere libera.
Ancora oggi la citano, la ricordano come una femminista attuale, come una donna consapevole, sapiente, istintiva. Che dava valore alle cose che la rendevano libera. I suoi libri non sono capolavori in quanto tali, sono capolavori in quanto parte di un progetto di vita, i suoi libri in quanto sintomo, di una vita vissuta senza ritegno e con l'intuito e l'istinto a mille. L'ho amata come donna e come amica. L'ho trattenuta nei sogni universitari e l'ho infilata nelle pagine della mia tesi. Mi hanno accusata di aver scritto un romanzo, non tanto un saggio scientifico. E io mi sono solo fatta trascinare, mano nella mano, dalla sua mente rotonda e puntuale. L'ho solo fatta scivolare in me, per pungolare la mia femminilità acerba, che grazie a lei è ha acquisito sapore di donna.
Non indosso abiti maschili, amo i sigari e il profumo della pipa, ma non sono trasgressiva quanto lei, non quanto lo è stata lei rapportata alla sua epoca. Ho imparato ad essere sincera, diretta, a guardare negli occhi finanche le mie debolezze per renderle forti e aguzzine, ma pur sempre profonde parti di me.
Quest'anno avrebbe compiuto duecento anni. La festeggeranno. E io con loro. Non la dimenticherò mai. Piccola ninfa, che ha imparato a divenire eco di una voce femminile che non aveva mai avuto suono. Uno pseudonimo, un alter ego uomo per combattere il suo presente. Ma un'anima femmina. Gorge Sand.
I TITOLI PIU' VENDUTI NEL 2003
Per gli amanti delle classifiche: sul sito di alice.it c'è quella dei primi dieci libri più venduti in Italia nel corso dello scorso anno.
[RECENSIONI]
- "Il profumo" di Patrik Suskind
- "Il segreto dell'uovo sodo" di Len Fisher
- "La vita sommersa di Gould" di Richard Flanagan
- "Non ti muovere" di Margaret Mazzantini
[AUTORI]
- Astrid Lindgren
[SE NE PARLA]
- Umberto Eco alla Biblioteca Alessandrina (in inglese)
Costretto a casa da una gastroenterite da intossicazione (maledetto salame ferrarese fatto in casa da un amico!!!), mi sono trovato a rileggere, in bagno, Il Profumo di Patrik Suskind. Ok, leggere Il Profumo in bagno è come leggere Ricette Immorali di M.V. Montalban o La Cucina di Bahia della Allende durante una dieta dimagrante...ma tant'è.
Per chi, come me, il mondo degli aromi ha qualcosa di magico e persino superiore a quello che possiamo vedere con gli occhi, perchè più nascosto, esclusivo ed elusivo, questo libro sembra scritto ad hoc. La storia è, senza mezze misure, geniale. Il filo conduttore è perfetto, coerente, semplicemente geniale. Un uomo malvagio secondo i nostri canoni, o forse semplicemente un superuomo diverso, la zecca Jean-Baptiste Grenouille, tramite la conquista e la padronanza dell'universo olfattivo giunge a conquistare il mondo, il suo mondo, fino all'epilogo sconcertante ma altrettanto coerente.
Il libro è assolutamente da leggere, consigliabile a chiunque senza mezze misure, anche perchè comunque sia è breve e scritto in modo molto facile. Al limite è un po' duro per gli stomaci più deboli...ma se siete sopravvissuti ad una ricetta di Mauron potete tranquillamente affrontare questa prova.
Per non dare l'impressione di prendere una percentuale sulle vendite, devo dire che il libro non regge una seconda lettura, perchè ciò che lo rende un capolavoro è l'idea alla base, il plot...ma Suskind, secondo il mio modesto avviso, non è un grande scrittore. Il libro è fin troppo facile a leggersi, elementare, al limite della prevedibilità. Ma meglio così, fosse stato anche bello non avrei letto altro.
Suggerimento in coda: se potete, andate a Grasse. Io ci andai, trascinato dalla passione per i profumi, prima di leggere questo libro...potete immaginare la mia sorpresa nel notare nel protagonista lo stesso percorso...anche se mosso da altre finalità. Non troverete la stessa magia perchè ormai in Provenza si coltiva per uso "industriale" solo la lavanda, il resto della materia prima proviene da fuori...ma visitare una profumeria merita comunque la visita (io ho visitato Fragonard, ma ce ne sono altre probabilmente più meritevoli).
Il libro (autore Len Fisher, Longanesi, 320 pagine, 17.50 Euro, ISBN 88-304-2023-9) ha come sottotitolo "la scienza della vita quotidiana", e l'autore in effetti parla della fisica e della chimica di processi assolutamente normali, come ad esempio la cottura dell'uovo sodo (lo sapevate che bollendo un uovo nel metanolo il tuorlo non si rapprenderà mai?). Non poteva mancare naturalmente un capitolo sulla "fisica del sesso", che deluderà chi sperava chissà cosa - anche se spiega come funziona il Viagra.
In generale, però, confesso che il libro mi ha un po' deluso. L'autore cerca di parlare come il tipo della porta accanto, e riempie il testo di aneddoti più o meno curiosi, ma ogni tanto si dimentica di quello che sta facendo, e usa paroloni tecnici e no: quasi a dire "manteniamo le distanze, neh?". Avrei preferito qualcosa sullo stile di "Scienza in casa", per chi ricorda i primi numeri di Le Scienze.
Romanzo in dodici pesci.
Era un ottimo motivo per leggerlo, che fosse in dodici pesci. Come dire, una canzone in dodici stelle, o una voce in dodici biscotti. Solo che c'è troppa acqua di mare, e le parole si sciolgono come rose di sale, e restano poi, invisibili, nell'acqua amara. Quindi non posso, sinceramente, consigliarvi "La vita sommersa di Gould", di Richard Flanagan. Anche se è davvero un magnifico oggetto, con tutti quei capitoli a forma di pesce (un kelpy, un sampietro, un indecifrabile cavalluccio marino, un ippocampo foglia che s'arroga splendori vegetali che non gli pertengono, e altre squame), e inchiostri colorati. Solo per fingere di non essere un romanzo.
Copertina rigida, prezzo basso, appoggiato vicino alla cassa: era fine agosto e il giorno dopo avrei cominciato la risalita verso il Nord. Ho avuto un attimo d'incertezza, poi ho immaginato una lunga notte olandese e l'ho comprato, con la sensazione fortissima che mi sarei pentita, come è accaduto.
Quello che c'è di accattivante in questo libro sono le prime pagine. L'incipit è scritto molto bene e spinge a proseguire la lettura.
Leggendo le pagine successive, la domanda che mi sono posta è: quanto ha lavorato l'editor sulle prime pagine? Penso tantissimo. Perchè il libro sembra scritto da due persone diverse. La prima ha scritto fino a pagina 12, la seconda ha continuato fino a pagina 295. Frasi banali, divagazioni lunghe e noiose. Un romanzetto rosa, senza voler offendere il genere,scritto in poco più di un mese.
Questi alcuni esempi: "E a lui pensavo, guidando verso il mare, verso tua madre"."Questa morte senza dolore, a sorpresa, nei mesi successivi mi aveva tormentato più del previsto. Di notte mi ero svegliato, scoprendomi orfano in cucina,..." e ancora: "La luna scolorava il loro anemico pigmento con un ulteriore folata biancastra". "Avrei voluto in certe languide ore del pomeriggio spingermi verso quella vita che vedevo brulicare in basso.." E poi una domanda fondamentale: "Il corpo puo' amare ciò che la mente disprezza, Angela?". Cercando con maggior attenzione si puo' trovare anche qualcosa che, oltre ad infastidire, fa sorridere, ma credo sia sufficiente. Una lettura consigliata a chi ama lo stile barocco e dolciastro.
In base a numerose "segnalazioni", ho reperito l'edizione economica (veramente bella per essere tale, in cartonato) e mi sono immerso nella lettura.
Una ragazza, Angela, non rispetta uno stop, e viene portata all'ospedale di suo padre Timoteo, un affermato chirurgo. L'uomo, sconvolto, in attesa che finisca l'operazione che deciderà il destino della figlia, ripensa alla sua vita, e racconta alla ragazza la relazione extraconiugale che vissuto poco prima di diventare padre.
Il contesto narrativo è sicuramente efficace, e l'intenzione del romanzo...
è quella di raccontare i drammi e le passioni di una relazione che sembra gettare alle ortiche una moglie giovane e bella, una vita di benessere, e una carriera affermata.
La lettura scorre veloce e piacevolmente, ed è facile lasciarsi coinvolgere dalle vicende dei protagonisti.
Le parti più toccanti sono quelle in cui il padre si rivolge alla figlia, nei piccoli intervalli che ci sono fra i vari flashback.
Ora, però, non me ne vogliano le lettrici, ma il problema è che è un libro scritto da una donna... per le altre donne.
Il protagonista maschile racconta in prima persona con uno stile e una sensibilità completamente diverse da quelle che avrebbe un uomo.
Il suo comportamento oscilla fra il brutale "maschio" (una specie di troll, con quella cosa lì sempre in testa) e la complicata introspezione di una donna media, rendendolo troppo poco credibile. Gli altri personaggi, poi, sembrano proiezioni di stereotipi tipicamente femminili: la moglie è giovane, ricca, bella, intelligente, con un bel fisico, sempre elegante (la donna terribile rivale, oppure il modello irraggiungibile a cui tendere).
L'amante è sciapa, insignificante, pacchiana (perdonatemi, non potevo fare a meno di vedere la Pina di Fantozzi), e tuttavia oggetto di una passione assolutamente inspiegabile (sembra che l'autrice abbia voglia di immedesimarsi in lei. Amata travolgentemente nella sua semplicità, nonostante tutti i suoi difetti).
A parte l'amico Manlio (altro stereotipo negativo dell'omone grasso, inssensibile, un po porco), tutte le altre figure del libro sono femminili.
Qunidi sì, il libro si legge bene, ma è troppo "artificioso" e solo femminile per raccontare quella che dovrebbe essere la realtà.
Volete una prova della doppia personalità del protagonista, per farvi un'idea?
Timoteo Uomo:
"La prendo per un braccio e la trattengo. Lei respira, a bocca aperta. Il suo alito è quello di un topo. In quell'improvvisa vicinanza il suo volto si deforma. Gli occhi pesti sono immensi, si dibattono fra le ciglia come insetti prigionieri. Le sto torcendo il braccio. E' cosi' estranea e cosi' vicina a me. Penso ai falchi, al terrore che ne avevo da ragazzino. Alzo la mano per scaraventarla lontano, lei, i suoi ninnoli, la sua miseria. Invece afferro quel fiore di strass e me lo tiro contro. Cerca di mordermi la mano, la sua bocca si agita nel vuoto. Ancora non so di casa aver paura, non conosco le mie intenzioni. So solo che con l'altra mano le sto stringendo forte quei capelli di rafia, glieli ho presi a mazzo e la trattengo come una pannocchia. Poi le vado addosso con i denti. Le sbrano il mento, le labbra dure di paura. La lascio gemere, perchè ora ne ha motivo."
A parte che sfido qualsiasi maschietto che stia leggendo a definirmi la rafia, vi assicuro che la descrizione che fa dell'amante prima di questa scena è assolutamente sufficiente a smontare qualsiasi pulsione di un uomo che non sia sadico e anche un po' masochista.
E ora, una prova incontrovertibile di Timoteo donna, che racconta:
"Indossa un tailleur pantalone con un collo sciallato, di un morbido jersey color noce moscata... oppure
"Indossava una mantella di panno color latte..."
Conoscete qualche uomo in grado di identificare un collo sciallato? E soprattutto, ma che razza di colore è il noce moscata??? E il latte, una volta, non era bianco???
Insomma: donne, leggetelo, vi piacerà vi commuoverete, ma per favore non pensate di impararvi sopra qualcosa della natura maschile; uomini, leggetelo, forse vi piacerà, e vi farete un'idea di come le donne ci vedono (e non è una bella visione, credo)...
Credo che tutti gli appartenenti alla mia generazione abbiano sentito parlare di Astrid Lindgren.
Anni fa ebbi il piacere di vedere una sua intervista televisiva in Germania, una vecchietta decisa che parlava dei suoi personaggi e di come sono nati.
A parte la celeberrima Pippi Calzelunghe nata casualmente durante un periodo di malattia di sua figlia Karin e interpretata, nei telefilm, dall'attrice Inger Nilsson (che ha tenuto un discorso stupendo e toccante alla cerimonia funebre della Lindgren), mi piace ricordare "Emil" che in parte del mondo si chiamava "Michel" (ma in Svezia è Emil) il bimbo che combinava marachelle insieme al suo amico Alfred e veniva messo in castigo nella falegnameria dove intagliava statuine di legno.
E pure "Vacanze all'isola dei gabbiani" dal quale fu tratta una serie di telefilm (quelli con la bimba bionda e cicciottella e il sanbernardo) che per me, all'epoca, erano un must.
La sua carriera da scrittrice cominciò in modo del tutto casuale, faceva la stenografa e inventava storie per sua figlia che poi stenografava per tenerne traccia. Vinse moltissimi premi e attualmente il più famoso premio per la letteratura per bambini è intitolato a lei... [cut]
UMBERTO ECO ALLA BIBLIOTECA ALESSANDRINA (in inglese)
Il primo novembre Eco ha tenuto un discorso in occasione della nuova apertura della Biblioteca d'Alessandria d'Egitto.
ASCOLTARE "LE CITTA' INVISIBILI"
Alcuni brani de "Le città invisibili" di Italo Calvino sono disponibili in file pdf e in file audio al seguente link.
Calvino, in una conferenza alla «Columbia University di New York», nel marzo del 1983, disse a proposito di questa sua opera:
"Questo libro nasce un pezzetto per volta, a intervalli anche lunghi, come poesie che mettevo sulla carta, seguendo le più varie ispirazioni"
Si tratta di poesie quindi... belle da leggere, ma anche da ascoltare mentre vengono recitate.
[RECENSIONI]
- "Alta fedeltà" di Nick Hornby
- "Il teorema del pappagallo" di Denis Guedj
- "La casa dipinta" di John Grisham
- "La danza immobile" di Manuel Scorza
- "Maggie Cassidy" di Jack Kerouac
- "Mao II" di Don DeLillo
- "Sarah" di J.T. Leroy
[AUTORI]
- Jorge L. Borges
[SEGNALAZIONI]
- Benni presenta il suo "Achille pié veloce"
- Nick Hornby parla del suo prossimo romanzo
Non ho mai scritto recensioni e questa non sarà la prima.
Vado sempre a emozioni in qualsiasi cosa faccia e di solito sbaglio; o meglio inizio a capire che non è sempre bene vivere sulla scia dell'emotività e che non posso più dire che se qualcosa è andata male perché io mi son comportato d'istinto in determinate situazioni - solo perché così mi cantava la testa in quel momento - avrò tempo di recuperare. Non è così che funziona! così mi perdo solo ottime occasioni per crescere. Ok mi fa paura crescere, è normale credo, ma mi rendo conto che non avrò più tanto tempo per recuperare quel che mi son perso per strada andando avanti nel tempo.
Quando hai sempre vissuto su emozione/reazione e inizia ad andarti male il più delle volte che applichi la regola, allora inevitabilmente all'ennesimo treno che ti sbatte sul muso, inizi a chiederti se non sia il caso di crescere un po' e smetterla di fare l'eterno bambino.
Ti dici che lo stai già facendo; che hai un lavoro che ti piace che ti rende discretamente indipendente: riesco a comprarmi un sacco di libri e di musica; i vestiti che piacciono a me; non vivo da solo, ok.. ma ci si inizia a pensare anche a quello: cosa volere di più? Questo è essere maturi! Tutte frottole! Allora perché le donne ti mollano tutte per lo stesso motivo? Non sei credibile: risulti poco affidabile.
Non è forse ora di crescere una volta per tutte?
Ecco questo è quello che capita a me in questi ultimi tempi, ma è anche quello che capita a Rob e a Laura, e a Dick e Barry, e a buona parte dei personaggi di Hornby che non fanno altro - a modo loro - che cercare una strada che li porti a una vita concreta; in mezzo c'è un modo divertentissimo di raccontare l'amore, il sesso (con tutte le pippe che ci facciamo noi uomini sulle donne), senza farsi mancare parti più riflessive scritte sempre borderline che ti strappano alla fine un sorriso sotto il pizzo sempre e comunque. Delizioso. E poi è pieno di musica e qualche “mitica cinquina alla Hornby” inizia con canzoni di Neil Young... (è automaticamente diventanto uno scrittore mito citando Neil). Io l'ho divorato in tre notti, ma avrei potuto benissimo farlo in una, se non fosse che mi piaceva addormentarmi con il sorriso sul cuscino: e qui torniano al vivere sull'emozioni: se un libro mi fa quest'effetto per me è un buon libro!
Lasciatemi almeno questa di emotività! Poi, lo giuro.. da domani, cerco di crescere anch'io.
"Parte piano piano, ma poi ingrana e finisce in crescendo, coinvolgendo il lettore e lasciandogli la giusta malinconia quando anche la pagina 553 finisce di scorrere sotto i suoi occhi. Bisogna resistere nei primi capitoli, o meglio, io ho dovuto farlo, sforzandomi di non ricorrere a uno dei sacrosanti diritti del lettore elencati da Pennac, quello di abbandonare un libro senza averlo finito. Temevo di trovarmi di fronte alla versione matematica de "il mondo di Sofia", a suo tempo additato come capolavoro della divulgazione narrativa, ma che mi deluse completamente: la parte filosofica non era nulla di che, e il romanzo in cui era artificialmente infilata non prendeva e faceva acqua un po' da tutte le parti.
Questa volta invece il pericolo è scampato: la storia tiene, i personaggi ci stanno decisamente entro (ehm, forse sarebbe un minimo più professional qualcosa del tipo "personaggi azzecati e ben caratterizzati"), e anche la parte "matematica" si rivela una bella sorpresa.
Senza nessuna mira di esaustività, si segue unico filo che si snoda dagli arbori del pensiero fino ai giorni nostri, un filo disteso più che sulla matematica, sui matematici, sulle loro vite e le loro storie, aneddoti curiosi e significativi, e poi bozzetti sempre piacevoli da leggere dipingono le situazioni e i contesti -le condizioni al contorno per usare una terminologia in tema- in cui si trovarono a vivere e a creare coloro che spesso conosciamo solo per i teoremi a cui hanno dato nome.
Guedj attinge ai piene mani dal calderone degli elementi evocativi e affascinanti, quelli che fanno tanto "cultura": matematica, storia e filosofia sono coinvolte continuamente, e poi, libri antichi e preziosi, dimostrazioni segrete, biblioteche leggendarie, il rapporto fortissimo e particolare fra fratello e sorella gemelli, l'handicap come punto di forza, innovativi registratori biologici, il tutto a scorrere sullo sfondo suggestivo di Monmartre o delle bellezze naturali di Siracusa e dell'intera Trinacria; ma l'autore è bravo a gestire tutti questi input, a dosare gli ingredienti, a mantenere interesse e attenzione fino alla fine, e chissà, forse anche a ricucire prematuri divorzi fra qualcuno dei suo lettori e la vera protagonista del libro, la matematica."
Premettendo che John Grisham è il mio scrittore contemporaneo preferito in assoluto, devo dire che stavolta è riuscito a sorprendermi (come ha sorpreso un po' tutti, del resto) con questo libro.
Abbandonando con questa parentesi il mondo degli avvocati, Grisham è tornato a metà del ‘900 narrando la storia di una famiglia di coltivatori di cotone dell’Arkansas. A prima vista potrebbe sembrare un libro dal ritmo piuttosto lento (magari in parte), però proseguendo la storia emergono le tensioni e le lotte per la sopravvivenza tipiche di quel periodo.
Forse non è un libro sconvolgente come altri, però riesce ad appassionarti e a spingerti a concludere la lettura che, in un libro, mi sembra il pregio migliore. Per quel poco che ne so, la realtà storica è ben rispettata e tutti gli avvenimenti hanno un loro filo logico.
In conclusione, questo è un libro che consiglio a tutti: infatti nella storia trovano spazio l’amore, la sofferenza e la solidarietà ma anche la violenza, la lotta per la sopravvivenza e le tensioni dovute alla paura di perdere tutto.
Amore o rivoluzione? Sudamerica o Parigi? Romanzo etnico-epico o romanzo borghese? Il bello de "La danza immobile", estremo libro di Manuel Scorza, autore peruviano di un celebrato "ciclo andino" (letteratura sudamericana, ovvero l'altro lato del mondo quando ha deciso di impugnare il romanzo e scendere con tigri vere nella pista del circo letterario), è che dissemina domande alle quali si guarda bene dal rispondere (obbedendo alla sua natura di romanzo, che diamine...).
Così la storia di Santiago, apprendista rivoluzionario precipitato in un improvviso amore per la miracolosa Marie Claire, è la storia d'un dilemma. Anzi, è una storia doppia, dal momento che s'intreccia con l'epopea e l'agonia del fuggitivo Nicolas Centenario, comandante rivoluzionario e poi forzato, evaso dalla prigione tropicale solo per ritrovarsi prigioniero della giungla e della memoria.
Nicola potrebbe essere Santiago, che sceglie la rivoluzione e ne viene ucciso. Santigo potrebbe essere Nicolas, che al bivio ha scelto l'amore, o avrebbe potuto sceglierlo, o lo sceglierà.
Qualsiasi vita, tanto, ci uccide. Qualsiasi romanzo, tanto, ci racconta.
A lungo ho atteso di poter leggere questo romanzo giovanile di Jack Kerouac. Mi aveva incuriosito Pier Vittorio Tondelli che lo preferiva a Sulla strada, non per il valore dell'opera in sè, ma probabilmente perchè in "Maggie Cassidy" vi trovava il Kerouac ingenuo, timido, illuso e sognatore, quello precedente al grande salto nella Grande Mela, che lo avrebbe cambiato irreversibilmente.
Lo sfondo è una Lowell invernale, magica, piena di poesia. Il bianco ricopre ogni cosa, ma è pieno di sfumature e tutt'altro che freddo. E' il contrappunto ideale per le scenette natalizie che si preparano dietro ogni finestra e per le scorribande di Jack "Zagg" Duluoz e la sua banda. Si fanno scherzi in continuazione e il loro linguaggio è triviale, ma la loro complicità è estremamente estentata perchè vuole nascondere i dubbi, le angosce e i ripensamenti legati alla loro crescita, ai loro ormoni.
Si parla spesso di ragazze, ma o in maniera troppo volgare o in maniera troppo romantica, come per esorcizzare la paura e l'imbarazzo di non sapere qual è la mossa giusta. Jack è preso tra Maggie, la brava ragazza, quella da sposare, una brunetta irlandese con le lentiggini, difficile da accontentare, da capire e da dimenticare, e Pauline, esuberante, sfacciata, chiacchierona, che prende subito l'iniziativa e gli fa capire quali sono le sue intenzioni e che si dia una mossa. Jack non sa scegliere, non si decide. Si fa prendere dallo sport. Nelle gare di atletica, battendo un ragazzo nero, diventa una piccola celebrità e sogna un futuro da campione. In realtà non sa ancora quello che vuole. I suoi fanno il tifo per lui, non li ha ancora delusi. Ma la fine del liceo, l'iscrizione alla Columbia University di New York cambierà tutto.
Nell'ultima scena del romanzo Jack va a prendere Maggie, deciso a darci dentro con lei. Lei quando lo vede (dall'ultima volta sono passati degli anni) lo trova cambiato, quasi freddo. Lui, senza guardarla, dice che lei invece è restata la stessa. Le ragazze come lei non cambiano mai. I due parcheggiano e provano a fare l'amore. Ma qualcosa non funziona. Lei gli ride in faccia. Lui la riaccompagna a casa e si allontana, imprecando..
Terribile libro che mi blocca il respiro e mi mette addosso un'inquietudine che volentierei stanotte l'avrei chiuso e lasciato per sempre lì, anzi l'avrei buttato velocissimo dalla finestra scaraventandolo oltre l'orto, oltre la rete, oltre la casa di Gallo il muratore che abita qui accanto.
Però poi ogni volta che chiudevo il libro, subito lo riaprivo per andare a vedere un po' dopo, per capire un po' meglio se Karen era poi stata deprogrammata, cosa ne era di suo marito, se lo scrittore scappava dal rifugio e si metteva con la fotografa, insomma se qualcuno in quel mondo dannato avesse poi ritrovato il buon senso di una vita mediocre.
Ho appena finito di leggere Sarah, affascinante opera prima del giovanissimo (classe 1980) J.T. Leroy edito da Fazi, unico editore italiano sempre a caccia di nuovi talenti. .
Sarah è poco più di 170 pagine, ma sconcertanti. Sconcertanti perchè in parte (pare) autobiografiche; sconcertanti perchè la sua capacità narrativa trasforma l'orrore e la violenza in una tenere favola nera dove si passa dalla santificazione all'abbandono in un attimo, dove si mescola l'immagine di Papa Giovanni appesa nella camera di un pappone alle trine e ai pizzi con cui viene vestito il protagonista. Il tutto condito da una totale evanescenza sessuale e dalla sensazione che la morale non esista. Ed infatti la morale non c'è, non arriva nemmeno alla fine del libro.
Perchè la vita vera è così.
J.T. Leroy, salito alla gloria dei mass media italiani per la sua "amicizia" con Asia Argento (che affermava di essere incinta di lui...), ha già scritto 3 libri, svariati racconti ora dovrebbe avere 23 anni.
Dovrebbe.
Perchè in America circola la voce che Lui non esista. Sia solo una bella trovata pubblicitaria, una specie di marchio sotto il quale lavorano diversi ghost-writer. Già. Succede spesso quando talento sbalorditivo e precocità vanno a braccetto: se ne mette in dubbio l'autenticità. Se si conta poi che J.T. non ama fotografarsi (questa a fianco è la sua unica foto ufficiale presa dal sito italiano) e che se lo fa si traveste... E che per di più odia essere intervistato...
Lo so, questo libro fu un caso nel 2001, fece scalpore. Ma io l'ho comprato e letto ora. E poi per caso. Non mi piace comprare un libro perchè è di moda come fosse un paio di pantaloni. Mi piace scegliere.
E poi credevo che fosse solo una grandissima operazione di marketing. Invece il ragazzetto è bravo. Maledettamente ed in modo disturbante. Ma bravo.
Leggetelo.
Prendiamo un'opera, neanche privilegiata, come "Il manoscritto di Brodie" e ci chiediamo quale dio abbia donato tali capacità a uno scrittore. Forse Thoth in persona ha voluto rivelare a questo argentino cieco che si chiama Borges il segreto e la meraviglia annidati nel minimo numero di parole, tra tutte le scritture possibili la più retta, tra tutte le parole le più limpide e fredde. Lui era cosciente d'essere un prediletto dall'arte, tanto che cercava continuamente di scusarsi col lettore, quasi temesse che tanta eccellenza stilistica potesse alienargli le simpatie del pubblico, che ama piuttosto le imperfezioni.
Amante della metafisica, ha sempre sostenuto che la vita fosse un sogno, e che le sue costruzioni immaginarie svelassero questo segreto.
La vita non è mai una linea pulita che va dalla nascita alla morte, ma piuttosto è un immenso tronco di ulivo centenario, ritorto su se stesso in cui ciascuna fibra è un pensiero, un atto, un ripensamento, un ricordo, senza che dell'arbusto si conservi traccia e senza che sia dato di veder nulla di ciò che manca a quella meta che può avverarsi sotto forma dello schianto di un fulmine, una malattia, una gelata definitiva. Una vita con queste sembianze diviene in genere indescrivibile, con sollievo di chi la vive.
Borges invece raddrizza miracolosamente questo coacervo ligneo che è la vita di un uomo, prendendo con le mani delicate di cieco un indizio, riconoscendolo grazie ai sensi resi superiori, e stendendolo davanti a sé. Ecco allora che l'esistenza prende la forma di pochi essenziali gesti, legati a un pugnale, a un ballo, a un quartiere o a una donna, oppure a una cieca predisposizione di cui l'uomo morirà, uccidendosi con essa. Attitudini, queste, del tutto universali.
Ciò sembra suggerire che siamo fatti di pochi motivi, ma che siamo anche capaci di moltiplicarli come in un terribile gioco di specchi.
Borges conserva gelosamente quell'indizio gracile e isolato, lo conchiude in una luce particolare, piena, in un senso accurato e definito, poche pagine simili a un epitaffio su una lapide. Non a caso ha amato il genere giallo che è, come suggerisce Krakauer, l'ultima forma di romanzo oggi possibile dopo il definitivo smarrimento del senso ultimo.
Tayllerand amava ripetere "chi non ha vissuto prima della Rivoluzione non sa cosa sia la dolcezza del vivere". Allo stesso modo, si può qui affermare che chi non ha mai letto Borges non sa cosa sia la certezza dell'eleganza.
BENNI PRESENTA IL SUO "ACHILLE PIE' VELOCE"
In questo periodo Stefano Benni sta girando l'Italia in lungo e in largo per presentare il suo nuovo romanzo "Achille pié veloce".
- 22 novembre - Pisa
- 2 dicembre - Genova, con la partecipazione di Maurizio Crozza
- 4 dicembre - Bologna insieme a Angela Finocchiaro e Antonio Albanese
- 9 e 10 dicembre - Roma
- A gennaio poi sarà la volta di Salerno, Bari, Palermo, Perugia, Nonantola (MO), Pescara, ...
Per informazioni dettagliate -> http://www.stefanobenni.it/ (in fondo alla home)
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NICK HORNBY PARLA DEL SUO PROSSIMO ROMANZO
In una recente conferenza Hornby ha anticipato alcuni elementi della trama del romanzo che sta scrivendo.
A quanto pare nel libro ci sarà un tetto affollato da aspiranti suicidi...
[RECENSIONI]
- "Almost blue" di Carlo Lucarelli
- "Amabili resti" di Alice Sebold
- "Cyberiade" di Stanislaw Lem
- "Il nostro primo, solenne, stranissimo Natale senza di lei" di Franco Stelzer
- "L'amante" di Abraham Yehoshua
- "Storia di Giovanni Falcone" di Francesco La Licata
- "The dreamers" di Gilbert Adair
[AUTORI]
- Douglas Coupland
[SE NE PARLA]
- "L'enigma Molfetta" di Massimo Mantellini
[SEGNALAZIONI]
- "L'estate breve" di Silvia Ganora
- Intervista di Amazon a Stephen King
"Dunque, la storia comincia in uno di quei momenti un po' sfigati che tutti abbiamo nella nostra vita. Mi sento triste ed ho bisogno di tirarmi su, mi compro un libro, mi dico. Entro alla Feltrinelli e ne esco con sette o otto libri, ma questa è un'altra storia. Tra i fortunati acquistati (beati percettori di diritti) c'è anche Carlo Lucarelli. Se ne parla bene in giro, Baricco lo ha definito "uno degli scrittori più promettenti della sua generazione", chissà che non sia vero. Comincio a leggere l'opera prima "Almost blue" ed intorno a pagina 50 piombo nell'abisso. La storia è banale, le vie di Bologna citate come se a farlo fosse un giapponese (leggi: incroci che non esistono, nomi sbagliati, descrizione che ma che sta a dì?), e passi, mi dico, fingiamo che si tratti di una Bologna immaginaria in cui Via Ugo Bassi e Via Galliera si incontrano. Poi le citazioni degli AC/DC. Io non dico che ad uno debbano per forza piacere gli AC/DC, ma se decidi che il tuo serial killer del cazzo è un patito della band australiana almeno vai a controllare prima di citare i testi. "I want take no prisoners want spare no lifes?" che cazzo vuol dire? Se viene Angus Young in persona a spaccarti in testa la macchina da scrivere fa bene porca eva. Tralasciamo la descrizione dell'amplesso finale tra i due protagonisti (ma Lucarelli ha mai fatto sesso? e con chi? con una sedia?) e tralasciamo pure qualche consecutio temporum traballante; quello che rimane è un lavoro straordinariamente approssimativo, scritto in un Italiano di terz'ordine da una persona dotata di scarsa fantasia. Giudizio critico: una merda, non compratelo. Giudizio critico su Baricco: o è stupido o è disonesto, per sicurezza tirategli le uova marce se lo incontrate, voi non sapete perché ma lui sì."
"...[cut] Stamattina ho finito di leggere "Amabili resti". Piangevo come una fontana, irrefrenabilmente. Quando mio padre è venuto a salutarmi mi ha chiesto se avevo il raffreddore, quando poi ho alzato il viso dal libro e l'ho guardato gli è preso un colpo, ma poi gli ho spiegato che piangevo solo per il libro. Mi sono sentita un po' idiota, anche perché sul mio cuscino c'erano già ben tre fazzoletti appallottolati ^^' Povera me, sono davvero frignona! Cmq è un libro bellissimo ed anche io lo consiglio a tutti e ringrazio ancora Herm per avermelo fatto conoscere ^___^... [cut]"
(n.d.a.): segnalazione dell'ultimo minuto rivolta agli estimatori della Sebold: è appena uscito il suo ultimo romanzo, "Lucky" -> "Pubblicato in Italia solo dopo il romanzo Amabili resti, Lucky è in realtà il primo libro della scrittrice americana Alice Sebold, uno dei più innovativi talenti della scena letteraria internazionale. Il racconto è ispirato a un drammatico episodio della vita dell'’autrice che, quando era ancora una giovane studentessa della Syracuse University, fu vittima di uno stupro. Quel tragico avvenimento segnò per sempre la sua vita e fu solamente grazie alla scrittura che Alice riuscì a elaborare la violenza subita e a esorcizzarne il ricordo.
La narrazione procede in prima persona, elemento che ne accentua il carattere autobiografico e la carica di intensità, percepibile sin dalle prime righe, dove il fatto è rievocato con uno stile asciutto e diretto..."
IBS
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"CYBERIADE" di Stanislaw Lem
"Questo libro di racconti di Stanislaw Lem (Marcos & Marcos, ISBN 88-7168-360-9, 15 €) racconta le imprese di due "costruttori", Trurl e Klapaucius, che si scopre essere essi stessi delle macchine (senzienti) solo dopo avere letto qualche storia. Memorabile l'incipit del primo racconto: "Un giorno Trurl il costruttore montò una macchina in grado di creare tutto quello che cominciava per N".
C'è chi potrebbe lamentarsi dell'uniformità delle storie; io personalmente le ho trovate gustosissime, sempre a mezzo tra il filo del paradosso e una cinica analisi del nostro mondo, appena nascosto sotto il velo dei racconti. Come spesso capita, è più semplice sfruttare ambientazioni esotiche per dire cose di casa nostra.
Infine, una menzione particolare per il traduttore, Riccardo Valla. Il libro è costellato di allitterazioni, giochi di parole, particolari lessici. Trovarseli nella versione italiana significa che il traduttore non si è limitato a lavorare con i piedi, ma ha fatto davvero un'opera da certosino. Bravo!"
"IL NOSTRO PRIMO, SOLENNE, STRANISSIMO NATALE SENZA DI LEI" di Franco Stelzer
"Breve e bello: Il nostro primo, solenne, stranissimo Natale senza di lei (Franco Stelzer, Einaudi 2003). Descritto come libro di racconti, in realtà è un romanzo di formazione curioso e ironico, attraversato da rappresentazioni leggere della morte e dalle domande fondamentali e dai drammi di un adolescente. Mi ha infastidito inizialmente l'abbondanza di puntini di sospensione, ma abituandosi la scrittura è comunque bella, le immagini ben costruite."
"Che tipo d'uomo è quello che prende a cercare l'amante della moglie non per fargliela scontare, ma per riportarlo a casa? È proprio di questo che parla L'amante? Può darsi, le molte storie intrecciate suggeriscono un gioco a incastri di tipo logico-poetico, dove una parola o un argomento nell'ultima strofa introduce la strofa successiva, per presentare una molteplicità di punti di vista che vuole annullare il concetto stesso di realtà oggettiva.
Nella sua effettualità il libro propone l'incomparabile e l'incomunicabile, tra persone della stessa famiglia, tra etnie diverse, tra semplici persone per strada. Il medesimo fatto viene narrato da voci diverse, che fanno riferimento a uno sfondo completamente personale, a una comprensione dell'essere diversa, per cui nessuno pensa le stesse cose dell'altro, in nessun caso, tanto che il fatto stesso si frammenta e diviene una mera interpretazione della singola soggettività. Dov'è qui il fatto, cioè l'importanza e il significato? Da nessuna parte, perché ogni singolarità è senza rapporto con le altre e dunque non è possibile assegnare un valore.
Il filo logico, costituito dall'argomento comune ai paragrafi, lega i personaggi e la storia, ma l'unificazione si ferma qui, perché ciò che è veramente smarrito per sempre è la memoria, in quanto memoria è tenere sempre davanti a sé l'altro e averne cura. Se la metafora intende indicare la mancata memoria di un popolo troppo giovane, qui si esprime attraverso l'isolamento totale in cui versano tutti i personaggi. Tutti, cioè, lamentano, e vantano insieme, l'oblio, il fatto che nessuno si ricordi di loro, che siano stati dimenticati in qualche luogo come oggetti senza più utilità, o che siano utilizzati di quando in quando come mezzi..." [cut]
"STORIA DI GIOVANNI FALCONE" di Francesco La Licata
"Ho appena finito di leggere "Storia di Giovanni Falcone" di Francesco La Licata e grazie ad un bookring di n bookcrosser di Pescara (Grazie B!)
Che dire...è un libro scritto molto bene, interessante, a tratti davvero sconvolgente che descrive la vita di quest'uomo così straordinario e pure così normale.
Lo consiglio davvero, mantenere nella memoria e avere presente certi episodi della nostra storia fa male ma è necessario."
"Ho comprato e letto The Dreamers. Ho fatto un po' fatica a leggere questo libro e ancora più fatica ho fatto a realizzare e convincermi che l'autore fosse veramente di origine inglese. A leggere il libro si ha, infatti la sensazione, di leggere un autore francese. Il libro è un po', a mio avviso, pretenzioso e normalmente gli inglesi non lo sono. Comunque ho fatto una gran fatica a spronarmi ad andare oltre le prime sessanta pagine, spinta dal fatto, lo dico in tutta sincerità, che sapevo che prima o poi sarei approdata in descrizioni erotiche e intriganti. Dunque, per chi volesse leggerlo, le descrizioni erotiche e incestuose, ad aver pazienza arrivano, e magari sono anche ben fatte, ma dopo le frustranti pagine preparatorie, fatte di citazioni per cinefili snob e pedanti, non hanno quel sapore che ci si immagina abbiano. Inoltre, la pacchia dura veramente poco e l'argomento vira improvvisamente - lasciandoci l'amaro in bocca - su altrettanto noiose descrizioni delle manifestazioni del maggio 1968, che coglie i tre protagonisti del libro impreparati distogliendoli improvvisamente dai loro giochetti cinefilo-erotici ed esponendoli al mondo, che nel frattempo a loro insaputa ha preso direzioni impreviste. Il tutto si sgonfia e si conclude in poche pagine lasciando il lettore con un Mmah sulle labbra. Il libro ricorda alla lontana il degrado psicologico e fisico a cui si riducono i personaggi de Il giardino di cemento in assenza di una qualsiasi forma di autorità che indirizzi loro la retta via, ma siamo ben lontani dal pathos, dall'approfondimento psicologico e dall'incisività descrittiva di McEwan. Sono curiosa di vedere il film che ne ha tratto Bertolucci perchè sono quasi sicura che, per una rara eccezione, il film sia più bello del libro. Il libro comunque si presta molto ad un adattamento cinematografico e offre molti spunti visivi."
Sull'ultimo numero di Pulp -di cui parlavo qualche tempo fa- c'è anche una bella monografia di 4 pagine su Douglas Coupland. Uno dei miei scrittori preferiti, se foste stati distratti gli ultimi 6 mesi.
L'articolo, scritto da Claudia Bonadonna, ripercorre tutta la sua produzione, a cominciare da Generazione X, il suo esordio, datato 1992.
"Coupland è motlo bravo nel dipingere questo tableau vivant dell'apatia di una generazione di "profughi della Storia". Una generazione che ha fatto della confusione e della pigrizia il proprio credo, che ha introiettato la rabbia dei padri trasfrmando la rivoluzione in un cinico ideale interiore, che sguiscia veloce attraverso concetti e catalogazioni, e che resiste passivamente."
Il libro seguente è Shampoo Planet (1994, tradotto furbescamente da noi col titolo di Generazione Shampoo), definito "un modo molto ben strutturato per raschiare il fondo del barile e gettare in faccia agli insaziabili reporter di trend giovanili gli avanzi scaduti del sistema". Un libro effettivamente minore, di cui però si nota il nucleo:"La magnifica utopia della guerra civile dei padri (durante i mitologici anni '60) trasformata in distopia dai figli, nel mondo esploso e cinico del presente. (...) Ma la reazione non è violenta. Al contrario è un lasciarsi ribollire con freddezza e spavalderia, è un ridersi addosso con spleen superiore, è un raccontarsi con leggerezza graffiante e pop."
L'unico passo falso dell'articolo è probabilmente il modo in cui viene trattato La vita dopo Dio (1996), forse il libro di Coupland che a tutt'oggi preferisco. Un libro di un'intensità e illuminazione tale che definirlo "una riposante parentesi verso un ordine maggiore delle cose" sembra davvero un crimine. Prima o poi mi metterò giù, e scriverò un post per spiegarvi il valore di quel libro.
Microservi (1996), altro capolavoro del nostro, è uno di quei libri di cui un blogger che si rispetti non può fare a meno: è infatti scritto in forma di diario minimo -più o meno come un blog- e parla di un gruppo di amici e colleghi che lavorano alla Microsoft. E' un libro di una ricchezza impressionante, pieno di osservazioni semplici e geniali sul mondo e sulla vita, e la sua intelligenza continua a stupirmi. Rispetto ai libri precedenti, Microservi "ha il sapore di una gioiosa metafora di apertura alla vita, di un ottimismo giocattoloso e vagamente sentimentale che prende teneramente in giro certe inclinazioni narcolettiche. Dan e i suoi compagni sono nerd, è vero, eterni bambini aggrovigliati in un reticolo di chip e byte, spasmi d'amore e problemi d'interfaccia con il mondo reale, eppure escono e vivono." Rischio di essere retorico, ma è un libro che mi ha davvero insegnato qualcosa.
Una raccolta di saggi, articoli e racconti sparsi, eppure decisamente organica: Memoria Polaroid (1997) è il ritratto dello "spaesamento per un'epoca che ha consumato in fretta i suoi miti e perso ogni senso storico d'appartenenza. Per un mondo che vive sui ricordi effimeri delle istantanee e delle cartoline, che ripiega sulla memoria a breve termine, come la RAM di un computer."
Gli ultimi 3 libri di Coupland vengono liquidati, forse inevitabilmente, abbastanza in fretta. A parte il più ambizioso Fidanzata in coma (1998) -"che fiorisce, a cominciare dal titolo, di citazioni tratte dal repertorio degli Smiths, mentre il resto della storia trascolora in un bizzarro (diciamo pure, per l'ennesima volta, postmoderno) e calibrato cocktail di fantascienza, favola, tragedia e commedia"- Miss Wyoming (2001) e il recente La Sacra Famiglia (2003) sono "piccoli capolavori di plateale divertissment" e di "commistione spiazzante di generi", che regalano piacevoli ore di lettura ed una narrazione sagace ed acuta ma meno originale che in passato.
Un gran bell'articolo, per un autore che tra qualche decennio comparirà senza dubbio sui libri di letteratura. Consigliatissimi a tutti; sia Coupland ed i suoi libri che questa notevole monografia.
"L'ENIGMA MOLFETTA" di Massimo Mantellini
Nonostante Mantellini stesso abbia scherzosamente (almeno pare) smentito di essere l'autore di questo noir, in giro per blog c'è un gran fermento di recensioni.
Del suo debutto editoriale, tra l'altro, parlano:
- Luciano Giusti
- redangel
- .mau.
A KING AND HIS TOWER
Stephen King rilascia un'itervista ad Amazon in occasione dell'uscita del quinto e penultimo volume della serie
"La torre nera", saga che lo scrittore iniziò a scrivere più di trent'anni fa.
[RECENSIONI DAI BLOG]
- "Achille piè veloce" di Stefano Benni
- "Addio Mr Mackenzie" di Jean Rhys
- "Amabili resti" di Alice Sebold
- "Deverie" di Camillo Cerquetani
- "La casa del sonno" di Jonathan Coe
- "La presa di Macallè" di Andre Camilleri
- "L'ultimo samurai" di Helen DeWitt
- "Pulp" di Charles Bukowski
- "Pura vita" di Andrea De Carlo
[AUTORI]
- Richard Brautigan ("Sognando Babilonia" - "La casa di libri")
- Brunella Gasperini ("Una donna ed altri animali" - "Storie di famiglia" - "Rosso di sera" - "Le note blu")
[SE NE PARLA]
- Lista dei 100 migliori romanzi di sempre secondo l'Observer
- Melissa P.
- Thomas Pynchon nei Simpson.
[SEGNALAZIONI]
- "Search inside the book" di Amazon
Nota:
Nei testi dei post riportati sono state tolte eventuali interlinee ed immagini, inoltre alcune parole nell'originale potrebbero essere linkate; si consiglia pertanto di andare a visionare i post che interessano maggiormente direttamente nel blog originario, di cui trovate il link alla fine di ogni brano.
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"ACHILLE PIÉ VELOCE" di Stefano Benni
"Stefano Benni è sempre Stefano Benni, e appartiene a quella ristrettissima lista di autori dei quali compro i libri appena escono (e appena ho i soldi ), rimanendo difficilmente deluso. Infatti l'ultimo romanzo, Achille piè veloce, è durato un paio di giorni, non di più.
Come sempre, appena si inizia a leggere si viene immediatamente precipitati in una realtà mostruosa, deformata, ma tanto simile alla nostra che non si sa se la si stia guardando con uno specchio deformante o una lente di ingrandimento.
Il protagonista, lo scrittore Ulisse, è perseguitato dai suoi fantasmi personali, che continuano a fare (fisicamente) capolino nella sua vita. La sua vita scorre a fatica in una intuibilissima Bologna autunnale, con nebbie e dragobruchi che vagano per le strade e per gli ipermercati pieni di roba invenduta. L'amore della sua vita (il più grande, non l'unico: Ulisse è un poligamo politrofo) è Pilar-Penelope, una bellissima immigrata sudamericana, e il suo editore-capo, Vulcano, è succube della Playstadion.
Un giorno Ulisse riceve l'invito ad un incontro con un certo Achille, che annuncia "Se lei riuscisse a concepire nella sua testa una qualsiasi definizione di normalità in nessun modo io rientrerei nella sua definizione".
Da lì nasce una storia tormentata ed inquietante, che conduce ad un finale a sorpresa.
Che dire, il libro mi è senz'altro piaciuto, anche se si sta discostando dallo stile del Benni Classico.
L'impressione è che la società sia dipinta con tratti sempre più amari, sempre più crudi. Il rancore e la rabbia prendono il posto della fantasia e della finzione. Per fare un esempio, la figura dell'Egoarca Mussolardi de "La compagnia dei celestini" si è definita in figure chiaramente riconoscibili in "Saltatempo", per arrivare all'ultimo passo prima dei nomi e cognomi: il Duce. Ma non è una questione di politica, la stessa spietata luce ha investito i riferimenti erotici, rivelandoli praticamente per pornografia. Forse è perchè proprio il co-protagonista, Achille, è l'emblema della morte, della sofferenza, dei sentimenti viscerali, non ipocriti, e reclama qualcosa di più del contesto quasi fiabesco degli altri racconti. Con questo non voglio dire che l'ultima opera sia meno bella delle precedenti, anzi, ma è un ulteriore passo verso un "cambiamento di tono" dei racconti.
Forse perchè, mano a mano, la realtà sta superando l'immaginazione."
...[cut]"
"Che roba - disse il vigilante, scendendo dalla bicicletta e sistemandosi lo scroto scompaginato dalla pedalata."
Grazie a un prezzo di listino che per soli 50 centesimi rimane sotto al limite massimo che mi impongo per l'acquisto di un libro, dopo tanti anni ho acquistato un libro il giorno stesso della sua uscita.
- "Cercò rifugio nell'unica panchina al coperto, sotto una tettoia di legno con graffiti rockokò."
E' Benni in tutto e per tutto: chi già lo ama non rimarrà deluso e a loro mi sento di consigliarlo. Stile, impostazione e argomenti trattati sono i soliti, giusto con qualche nota originale in più; proprio per questo non lo proporrei a chi dell'autore non ha mai letto nulla, dato che forse non è uno dei suoi libri migliori. (Per inciso quelli che a suo tempo più mi hanno emozionato sono i Celestini ed Elianto)
- "...sottobraccio non portava libri ma dattiloscritti, anzi scrittodattili, come lui li definiva, dato che scrivere è ormai operazione da dinosauri..."
E' un romanzo sullo scrivere, su come scrivere, sul perchè scrivere, con riferimenti espliciti a Calvino e Quenau e questo è quello che mi ha colpito. Perchè, tralasciando la trama comunque non indimenticabile, la comicità e le gustose frecciate alla politica odierna, è scritto in maniera luminosa, con una lingua viva, un italiano colloquiale ma spesso poetico, quotidiano e appena ripulito per non essere gretto. Alla fine questa vitalità si trasferisce agli strampalati personaggi e porta a partecipare sentitamente alla loro storia, sorvolando sugli aspetti fiabeschi e caricaturali.
- [la televisione]... Tu la guardi?
- Qualche volta sì. A volte serve.
- E' vero. Sublime vendetta delle parole, serve..."
Ci sono autori che hanno prodotto intrecci più coinvolgenti di Benni e scritti in modo oggettivamente migliore; ma se fossi costretto a sceglierne uno solo io vorrei saper scrivere così, come lui."
"Parigi, anni 20: Mr Mackenzie spedisce l'ultimo assegno a Julia Martin che è stata per qualche mese la sua amante. Lei, a corto di soldi, si trasferisce in un piccola pensione. Nelle pagine che seguono si racconta la vita di questa donna e della sua reazione all'abbondono. Emerge la figura di una persona desolata, non disperata.
Julia gira tra Parigi e Londra di notte e con la nebbia. Cammina avanti e indietro nella stanza della pensione. La proprietaria del piccolo albergo pensa, riguardo alla vita solitaria di Julia: "Ma è la vita di un cane, quella!" Poi si convince che la donna sia pazza. E infine, essendosi ormai abituata alla sua ospite, aveva smesso di fare congetture sul suo conto e l'aveva completamente dimenticata.
Julia va alla ricerca di qualcuno che le dia dei soldi, ma lo fa senza troppa convinzione. E' la storia di una donna che va alla deriva, ma lentamente, senza momenti drammatici. A quelli che incontra non interessa sapere cosa passi nella testa di quell'essere esile, che comincia a sfiorire. Del resto, lei stessa, quando ricorda il suo passato pensa ai luoghi non alle persone. "Ultimamente le era accaduto qualcosa; era stanca. Non pensava quasi mai agli uomini, né all'amore."
(Anno 2002 - Edizione E/O, 416 p. - 14,50 euro circa)
"Sto leggendo "The lovely Bones" di Alice Sebold...ero molto perplessa su questo libro, pensavo fosse macabro o comunque molto crudo e inquietante. Devo dire che, a parte le primissime pagine, nelle quali c'è la descrizione moderatamente vivida dell'avvio della storia, una sorta di antefatto insomma, il resto del libro è scritto in modo molto lieve e delicato.
Ciò non significa "leggero", l'argomento è emotivamente molto forte e coinvolgente però è scritto in modo così garbato da non ferire.
Non l'ho ancora finito ma per ora mi ha molto colpito."
"Prima ho dimenticato di dire che nel viaggio d'andata, ho finito di leggere Amabili Resti; la fine è semplicemente bellissima, incredibile...Mi ha fatto venire le lacrime agli occhi. Leggetelo perché è bellissimo e non finisce di stupire. E ancora adesso ho in mente quel pezzo, nel romanzo, che è stato a dir poco sublime, di lui e lei che finalmente hanno di nuovo una possibilità di incontrarsi, di toccarsi, di amarsi... Forse mi è piaciuto così tanto perché in parte sono cose che anch'io avrei scritto così...
Leggetelo, non ve ne pentirete! Sedetevi comodamente, oppure state a letto, ma non potete perdervi un romanzo così bello."
"Dopo mesi di attesa sono finalmente riuscita a leggere "Deverie" di Camillo Cerquetani. Come sospettava chi me lo ha prestato l'ho finito in un giorno e una notte. E' una storia sul doppio, uno dei temi più affascinanti che conosca. Sono due storie parallele che si incontrano solo di tanto in tanto. Due storie di amicizia e omosessualità. La prima femminile (Deverie), la seconda maschile.
Sebbene sia la prima storia a dare il titolo al libro, per motivi che si comprendono solo nell'ultimo capitolo, è la seconda storia, quella di Josef, ad avermi colpito di più.
Josef è lo stereotipo del belloccio ben educato che tutte le mamme vorrebbero avere come genero. Di questa immagine di se', Josef è pienamente convinto; tanto convinto che con ognuna delle numerosissime donne che finiscono nella sua rete, ingaggia una storia sentimentale impegnata e lanciata verso il matrimonio. Che siano donne fatte e ambiziose, o candide studentesse dalla carnagione rosata Josef non riesce mai a portare a termine il suo proposito.
Dei suoi problemi sentimentali con le donne ne parla al suo migliore amico Karl, spesso dopo averci fatto del sesso.
Josef non registra in nessun modo i momenti in cui è in intimità con Karl. Non arriva alla sua coscienza la realtà di un rapporto d'amore, di desiderio e di carnalità con il suo migliore amico, perché fra loro è così da sempre.
Nelle pagine più belle del libro mentre Josef si confida come al solito, raccontando i suoi dolori di innamorato impenetrabile, di romantico incompreso, di uomo-oggetto di cui le donne sempre si innamorano fin tanto che lui dimostra indifferenza e poi si allontanano quando è lui ad aprire il cuore, Karl lo spoglia, lo accarezza, lo abbraccia, lo eccita e infine si fa possedere da lui."
"Ho letto questo libro di Jonathan Coe, regalo di Francesco (apro parentesi per dire che Francesco, oltre ad essere un amico caro, è anche uno scrittore che vale la pena leggere: qui una raccolta di suoi racconti e poesie).
Ci ho messo un bel po' a finirlo, sia perché io non sono proprio quella che si dice una "divoratrice di pagine", sia perché il romanzo è sì avvincente ma anche particolare, intenso, impegnativo, e non è certo una lettura da comodino per quando si è stanchi della giornata.
La "casa del sonno" è Ashdown, austera dimora, prima residenza universitaria, poi clinica psichiatrica dove si curano, appunto, i disturbi del sonno.
Intorno, e tra i corridoi e le stanze di questa, si intrecciano le storie dei giovani protagonisti, prima studenti, abitanti della casa, poi adulti, ognuno per conto proprio, ma destinati a incontrarsi di nuovo.
Alla base delle diverse storie c'è il sonno: sonno confuso, sregolato, abusato, desiderato, rifiutato, analizzato. E c'è l'amicizia, e un grande amore, un amore commovente, assoluto, estremo.
Ma La casa del sonno è, nella storia, anche un libro, un volume che viene letto, in un altro luogo topico, il Cafè Valladon e in cui viene nascosta una poesia, perduta e poi ritrovata anni dopo.
Coe è bravissimo nell'amalgamare e tenere insieme una gran quantità di materiale. Il livello della narrazione è sempre alto, non c'è mai un calo di tensione, si alternano momenti di drammaticità ad altri più leggeri o comici, e non è mai scontata. E' bravissimo nel gestire personaggi difficili e affascinanti, qui sviscerati fin nelle loro paure più profonde, fin nelle loro follie o traumi.
A me è piaciuto tantissimo e capisco, e condivido ora, quelli che dicono di Coe che è uno dei più interessanti romanzieri contemporanei. E' piaciuto tantissimo fin dall'incipit, assolutamente folgorante, che potete trovare qui, insieme alla scheda del libro e a una buona recensione."
"Ieri mattina ero in ritardo, causa enorme litigata con tassista ladro (se il 3570 vi propone Pisa19, a Roma, disdite la prenotazione... ladro e truffatore), e pure nera, ma ho fatto una deviazione al volo nella libreria di Termini, prima d'infilarmi nell'EuroStar.
Ho iniziato La presa di Macallè, l'ultimo di Camilleri. E' proprio vero, come dicono i veneti (mi si passino gli errori di pronuncia) "a ses ani s'è putei, a setanta as torna quei".
L'unico aggettivo che mi viene in mente per descriverlo è indescrivibile.
Lo sconsiglio alle vecchie signore bigotte. Ma dubito transitino da queste pagine.
Sarei curiosa di vederne l'interpretazione cinematografica a cura di T.into B.rass"
"Ho finito l'ultimo Camilleri, "la presa di Macallè" e non mi è piaciuto per niente. Per me è di gran lunga il suo peggior libro. Il protagonista è un bambino che non so bene cosa dovrebbe rappresentare (l'innocenza tradita?) ma mi è sembrato un nano malefico. Di questi tempi ne abbiamo già troppi in giro.
Fermi un turno, aspettiamo il prossimo."
"A good samurai will parry the blow.
Sono sempre testarda e reticente a leggere libri consigliati da altri, ma nel caso di The Last Samurai (L'ultimo samurai) di Helen DeWitt ho deciso di seguire il consiglio di Language Hat. E per fortuna: è veramente uno dei libri più belli che abbia mai letto. L'ho comprato perché mi incuriosiva la storia di Ludo, un ragazzino che a tre anni impara a suonare il pianoforte, a quattro anni (dopo aver imparato il latino e il greco) passa al giapponese, all'ebraico, all'arabo e all'aerodinamica, ma mi è piaciuto per lo stile e la trama completamente imprevedibili, un vero e proprio temporale di parole e pensieri.
Una buona recensione è quella del Guardian, oltre, naturalmente, a quella entusiasmante di Language Hat. Ho trovato anche una foto di Helen DeWitt. Esattamente come me la immaginavo."
"Pulp, il "pasticcio" di Bukowski, il suo ultimo romanzo, è dedicato alla cattiva scrittura: e già questa cosa me l'ha fatto stare immediatamente simpatico, prima ancora di leggerlo. Ed è davvero un bel pasticcio la vita di Nick Balene, un grasso ubriacone con la passione per le corse dei cavalli, che fa di mestiere il detective privato e che pensa, con coraggiosa autostima, di essere "il più dritto detective di L.A.". Ma è una storia di degrado, di disperazione, di fallimenti: e il protagonista stesso ne è consapevole, mentre ciondola da un bar all'altro intrattenendosi in assurde conversazioni con i dispensieri, mentre cerca di risolvere i casi incredibili che gli vengono commissionati, lavorando senza metodo e rischiando la vita continuamente.
Pieno di citazioni, di stereotipi, di allegorie, tutto giocato sull'assurdo e il grottesco, questo libro a me è piaciuto, e l'ho trovato scritto bene, nonostante la dedica, perfettamente degna del testamento letterario di uno che con coraggiosissima autostima andava dicendo in giro di essere il più grande scrittore del mondo."
"E' più o meno il solito De Carlo, nel senso che si ritrova con piacere la sua scrittura veloce e prolissa, capace di soffermarsi per un paragrafo sulla descrizione di uno sguardo o di una intonazione di voce ma in un modo rapido e affabulante, che alla fine non pesa più di tanto. Questo libro se possibile è ancora più ritmato essendo costituito quasi per intero di dialoghi serrati, realistici e credibili. E' un romanzo di formazione, come tutti gli altri, nei quali i personaggi (e io lettore) alla fine sono un poco diversi rispetto alle prime pagine. Difetta di intreccio e suspence, che di fatto non ci sono, essendo lo spaccato di un viaggio di un padre e di una figlia adolescente. Per questo può anche risultare noioso. Lui parla e parla, lei fa da spalla mentre i loro amori irrompono nel loro rapporto da lontano tramite telefonate, sms e e-mail.
La lettura ha rinvigorito un mio assurdo desiderio, irrealizzabile e irrazionale. Sono quasi per nulla attratto dai bambini, non mi ispirano quell'insopprimibile desiderio di paterinità che vedo negli occhi di alcuni miei coetanei maschi, per tacere delle donne. Vorrei invece possedere una piccola magia che permetta di saltare tutta l'infanzia, quel periodo nel quale sento il bambino molto vicino alle bestie, alle pulsioni istintive e animali, ingestibile e banale.
Ritrovarmi quindi vicino, molto vicino a mio figlio/a durante la pubertà e l'adolescenza, magari insegnando e guidandolo ma anche solo osservandolo nelle sue riflessioni e nelle sue scelte. Da questo il fascino che hanno avuto i dialoghi e i piccoli drammi comunicativi dei protagonisti.
Poi, lo so, se mai prenderemo la decisione di fare il grande passo e procreare, mi ritroverò che mi manda a quel paese a priori e a rimpiangere quando sapeva solo dire "mamma" e "cacca"."
"Il romanzo più famoso di Richard Brautigan è "Pesca alla trota in America", ma dato che questo è dichiaratamente, già a partire dal titolo, un blog di nicchia - ultimamente mi gira così, non fateci caso - oggi parlerò di un paio di suoi libri meno conosciuti.
"Sognando Babilonia" è un romanzo che si stranisce da solo, che si estrania e fa estraniare. La scrittura è quasi elementare; continue ripetizioni di concetti ed azioni, passaggi brevi, capitoli lunghi al massimo qualche facciata. Il primo ad apparire fuori dal mondo è proprio il protagonista, il cui ruolo, e cioè quello di detective, gli imporrebbe invece di avere una certa padronanza della situazione. Ma lui è un sognatore nell'accezione letterale del termine, e combatte quotidianamente per non soccombere all'universo immaginario che da molti anni oramai preferisce a quello reale.
Babilonia è una sorta di dimensione parallela in cui rifugiarsi per apparire migliori di quel che si crede di essere, ma i siparietti immaginari alla lunga sortiscono l'effetto che Brautigan secondo me si è preposto quando li ha scritti e cioè quello di irritare il lettore, che da che mondo è mondo, preferisce storie sfigate, ma che trasmettono un sentore di verità, a tiritere tutte rose e fiori, ma inventate.
"La casa dei libri" parla di una misteriosa "biblioteca" nella quale vengono accolti e raccolti tutti i dattiloscritti e manoscritti più strambi della terra. Si tratta di libri che se proposti ad un qualsiasi editore non verrebbero mai pubblicati, ma che invece nell'edificio con la campanella d'argento e la porta a vetrate trovano sempre qualcuno, 24 ore su 24, a dargli un entusiasta benvenuto ed a catalogarli. Ma la casa dei libri rappresenta soltanto la parte iniziale della vicenda; è allo stesso tempo il luogo che fa da sfondo alla nascita di un grande amore ed il punto di partenza per un viaggio in Messico, per porre fine ad una gravidanza imprevista.
Si tratta quindi di un viaggio dentro al viaggio, nella miglior tradizione della cultura beat.
I libri, i sentimenti, lo spostamento fisico; sono tutti modi diversi per compiere un percorso intimo di riflessione e mutamento.
La peculiarità di questi due romanzi è quella d'apparire inizialmente sempliciotti e didascalici, per poi svelare, celato fra le righe, un profondo simbolismo che, mano a mano che si procede nella lettura, diviene chiaramente percepibile anche in quello che potrebbe apparire come il più irrilevante dei particolari."
"A grande (?) richiesta la mia classifica personale - ovviamente limitata ai libri che ho letto - della Brunella Gasperini. Lo so che non si dice "della" ma sono sicura che l'anima lombarda e anarchica della Brunella mi perdonerà quest'uso improprio.
1. "Una donna ed altri animali", autobiografia e cronaca famigliare scritta usando come fili conduttori gli animali domestici e non passati nella vita dell'autrice.
Per farvi venire voglia vi metto questo linkdove trovate la recensione e l'incipit dei suoi libri...
2. "Storie di famiglia", che in realtà è la raccolta di "Io e loro" "Lui e noi" e "Noi e loro", i titoli sono così perchè nel primo il marito racconta della sua famiglia "di squilibrati", nel secondo parla lei in prima persona e nel terzo parla la figlia grande. Belli, divertenti, teneri e commoventi.
3. "Rosso di sera", bel romanzo da adolescenti, letto a 17 anni fa un effetto letto a...umamma...più del doppio...l'impatto è minore, resta però un ottimo, seppur datato, romanzo sui giovani. Vi metto l'incipit perchè mi piace un sacco:
Cosi`sono tornato al fiume. Sembra l`unica cosa rimasta intatta dalla mia infanzia, il fiume, anche se forse gia`inquinato, come l`infanzia, da invisibili veleni.
4. "Le note blu" pure questo è un romanzo sui "giovani", è piuttosto triste perchè c'è molto di autobiografico, il protagonista sembra uno dei fratelli dell'autrice (morto in guerra), a me ha fatto un sacco piangere...
Oltre a questi, un secolo fa ho letto anche "A scuola si muore" del quale però non ricordo molto..."
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MELISSA P.
Di Melissa P., della sua presunta identità e dei suoi "Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire" hanno scritto, fra gli altri:
- Meg White (25 ottobre)
- CATANESE (14 ottobre)
- Giuseppe Genna su TheGnuEconomy e su I Miserabili (13 ottobre)
- Dario Voltolini su Nazione Indiana (1 settembre)